Prima di parlarvi di questo documentario socio-culturale presente nel catalogo Netflix, vorrei fare un passo indietro per raccontarvi rapidamente le origini del teatro kabuki. Il Kabuki ( 歌舞伎)nasce in Giappone all’inizio del XVII secolo e da principio faceva riferimento alle danze eseguite sulle rive del fiume Kamo a Kyoto da danzatrici guidate da Izumo no Okuni, sacerdotessa, considerata la vera e propria fondatrice del teatro kabuki. All’inizio il kabuki era recitato solo da donne, ma a causa delle proibizioni di natura morale, fu, presto, interpretato solo da uomini che recitavano anche le parti femminili, anzi, i ruoli femminili nel teatro kabuki hanno un nome specifico, onnagata. Fin dalle origini il kabuki aveva dei forti legami con il teatro dei burattini, lo rivelano anche le forme espressive. La parola Kabuki è formata da tre ideogrammi, 歌 ka (il canto), 舞 bu (la danza) e 伎 ki (l’abilità). Le opere rappresentate, infatti, sono di solito drammatiche e spesso ispirate a fatti reali, la recitazione è accompagnata da passi specifici di danza.
All’inizio le rappresentazioni erano eseguite su delle piattaforme esterne senza riparo, poi pian piano furono costruite delle strutture complete, nacquero infatti degli elementi collegati solamente al teatro kabuki, l’hanamichi, ad esempio, cioè il “cammino dei fiori”, una passerella dove gli attori camminano prima di presentarsi, è solo alla fine del Settecento, invece, l’innovazione scenica del palcoscenico girevole con la possibilità di regalare allo spettatore sempre più cambi di scena.
Nel bellissimo documentario di Netflix “Toma Ikuta – La sfida del kabuki” ho imparato anch’io ad apprezzare la preparazione che porta alla realizzazione di un’opera kabuki, così complessa, studiata, dove gli attori privano se stessi della loro fisicità e individualità per assumerne un’altra e calarsi in personaggi lontani da loro stessi.
Toma Ikuta, classe 1984, nasce ad Hokkaidō e ha iniziato la sua carriera, come idol da Johnny’s & Associates. Poi, si è concentrato sulla carriera di attore interpretando dei personaggi che lo hanno fatto conoscere al pubblico, come “No Longer Human” e “Hanamizuki” per il quale è stato premiato ai Blue Ribbon Awards, mentre nel 2020 è diventato famoso per la serie “If Talking Paid” premiata ai Tokyo Drama Awards, oltre ad arricchire anche una carriera teatrale fiorente, “Grease”, “West Side Story”, ”Stand By Me”, “Mama Loves Mambo”.
Qui, come direbbe qualcuno, la domanda nasce spontanea: cosa porterebbe un attore famoso per il cinema e per le serie tv a dedicarsi al teatro del kabuki? Credo, mi permetto di scriverlo, che nella vita di un artista sperimentare nuove forme di arte e recitazione possa solo più che arricchire l’esperienza e migliorare. Nel caso di Toma Ikuta è stato sicuramente così, ma, oltre a tutto ciò, la sua scelta è stata spinta anche da un fattore emotivo.
Toma Ikuta e Matsuya Onoe, famoso attore di Kabuki, sono stati compagni di scuola e grandi amici fin dall’infanzia, il padre di Matsuya Onoe è stato un grande attore di kabuki ed è scomparso da poco, lasciando un vuoto sia nella vita del figlio che in quella di Toma Ikuta, che gli era molto legato come fosse suo padre.
La sfida del kabuki per Toma Ikuta nasce soprattutto dall’amicizia e da un legame affettivo e di stima con la famiglia di Matsuya Onoe. Avrà non molti giorni per imparare questa forma di arte, farla propria e testimoniarla sul palco davanti al pubblico. Il documentario ci presenta giorno per giorno la preparazione, le fatiche, dimenticare quasi di essere un attore per imparare dal nuovo qualcosa di totalmente diverso, imparare passi di danza, vestire e truccarsi da solo, il kesho (la cerimonia di trucco e vestizione nel kabuki hanno un’importanza incredibile).
Camminata, angolatura, posa…
Percepire di essere supportato dagli altri attori e dal personale del teatro fa sì che Toma riesca a superare i propri blocchi emotivi, veri e propri nemici di un attore e ad acquisire le espressioni tipiche del kabuki. Una delle sfide più grandi è il “Roppo”, l’andamento e la corsa che deve fare un attore sul palco in contemporanea a dei movimenti esagerati di piedi e mani. Movimento e tecnica drammatici ispirati a quello dei samurai alla fine del 17esimo secolo. Altra sfida è imparare il tachimawari, la tecnica di combattimento all’interno della rappresentazione.
Nel kabuki l’attore diventa il polo di attrazione di tutto, per cui deve essere capace di muoversi bene sul palco e avere una bella voce, affascinando così il pubblico.
Toma Ikuta durante le prove si confessa dicendo che alla fine di ogni giornata si sente svuotato, ma, nello stesso tempo, già dalla prima volta che ha camminato su quel palco con i passi tipici del kabuki, ha sentito un impeto mai provato prima, come se facesse parte del suo DNA di giapponese. Il kabuki, infatti, gli ha fatto apprezzare di più il suo Paese, la sua Terra e tutti gli attori di kabuki che nei secoli hanno tramandato questa forma d’arte. L’attore di kabuki è come un samurai che non si arrende alla sfida e supera i suoi limiti, così Toma riesce a vincere anche la sua sfida e a superare le sue stesse aspettative. La rappresentazione finale a teatro ha, infatti, grande successo.
Le parole del suo amico Matsuya Onoe ne sono la testimonianza: “Coinvolgere il mio amico Toma fin da piccolo era il mio sogno. Toma amava molto mio padre e lo stimava. Lo spettacolo era in onore di mio padre (…). A mia madre è piaciuto lo spettacolo e questa era una cosa che non vedevo da un po’ (…)”.
Per Toma Ikuta e Matsuya Onoe questa sfida è stata un’esplosione emotiva da brividi, è così importante porsi delle sfide nella vita e questa esperienza ne ha rimarcato il significato: il teatro è vita.
Personalmente è stato così emozionante e motivante vedere come due amici siano riusciti a realizzare il proprio sogno a distanza di molti anni coinvolgendo le vite delle persone a loro care e facendo rivivere la memoria di un altro attore che ha dedicato la sua esistenza all’ arte del kabuki. Un documentario assolutamente da recuperare e apprezzare per poter immergersi in un mondo artistico lontano dalla nostra idea di teatro, ma così affascinante da volerne capire la sensibilità e la nobiltà artistica.
Memoru Grace

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