“È come se io stessi percorrendo un lungo corridoio che è ricoperto di specchi… e quando arrivo alla fine del corridoio non c’è altro che oscurità…”
(dal film “La donna che visse due volte” di Alfred Hitchcock)

Titolo originale: 레이디 두아 (lett. Lady Doir)
Regia: Kim Jin-min
Sceneggiatura: Chu Song-yeon
Cast: Shin Hye-sun, Lee Joon-hyuk, Park Bo-kyung, Shin Hyun-seung, Jung Da-bin, Yoon Ga-i, Kim Jae-won, Jung Jin-young, Bae Jong-ok, Lee E-dam, Kim Yong-ji
Genere: thriller /mystery
Corea del Sud, 2026 – k-drama – 8 episodi
Ci sono thriller che nutrono in sé il core nero e cupo dell’hard-boiled e scendono nella linea d’ombra della società (o di una parte di essa, quella della criminalità), thriller che affrontano quella linea d’ombra con lo sprint di una detective story poliziesca che divide di netto bene e male e thriller che vivono di quella linea d’ombra per rappresentare il sottosuolo dell’animo e della mente umana. Infine, ci sono quei thriller che assorbono e aggirano, al tempo stesso, quella line d’ombra in una luce da taglio intensa e quasi hitchcockiana, sofisticata, logica e immaginativa insieme, coagulando una narrativa che intensifica il mistero non tanto con gli atti, quanto con le parole e gli sguardi. Sono i thriller più rari, quelli che mi sento di collocare in uno spazio giallo a sé, costruiti come un romanzo raccontato a più voci, dove la linea psicologica dei personaggi si sviluppa davanti agli occhi dello spettatore lentamente al dipanarsi degli eventi. Uno dei rappresentanti più certi di questa categoria è il film di Alfred Hitchcock “La donna che visse due volte” (titolo originale: “Vertigo”), dove due identità diverse si fondono nel personaggio femminile (interpretata da Kim Novak) in un gioco elegante che disturba e confonde la mente del personaggio maschile (interpretato da James Stewart), salvo, poi, rimanere incastrato da questo stesso gioco della doppia identità in una dinamica di transfert psicologico che fa perdere ogni cognizione di sé.
Ecco, il personaggio principale del drama coreano “The Art of Sarah” mi ha ricordato molto la Madeleine tormentata del film hitchcockiano da cui sono partita, a cominciare proprio da questa rete costruita su diverse identità, che si sostituiscono e si intervallano tra di loro, quasi a rappresentare livelli diversi della vita della protagonista. Eppure, al tempo stesso, Sarah (o con tutti gli altri nomi con cui la vogliamo chiamare in questo drama) è un’artefice solitaria, che si riposiziona e si ricalibra ogni volta: sussiste da sé e per sé in una società che le è sempre stata ostile e che, per questo motivo, ha deciso di ingannare. Nessun sentimento, nessuna emozione possono sottrarla da un impegno che ha preso in modo deciso e costante e che ha portato alla costruzione del romanzo di se stessa. Non si innamora delle vittime che inganna, come la protagonista hitchcockiana, non prova senso di colpa nei confronti di chi può aver subito un male a causa delle sue azioni: chiusa in un’etica della vendetta derivata dai cupi hardcore, la razionalizza e ne viene a patti, diventando la linea d’ombra di se stessa, il limite continuo da raggiungere, da superare e da aggirare per sopravvivere in una società che ama e odia allo stesso momento. Se esiste un amore che la tiene incatenata e che la costringe, ad un certo punto, ad agire in un determinato modo, è l’amore per se stessa e per la sua stessa arte, concretizzato in quei prodotti falsi, che ha portato sugli altari come beni di lusso, e, quindi, da quel talento con cui ha creato la perpetuazione della sua memoria.
La vicenda si apre, come nei migliori gialli, con il ritrovamento di un cadavere, una donna tra i 30 e i 40 anni, vestita elegantemente, ma orrendamente sfigurata in volto, tanto da non rendere semplice l’identificazione. Dopo le prime valutazioni, il detective assegnato al caso, Park Mu-gyeong (interpretato da Lee Joon-hyuk di “Stranger“, “Dong-jae – The Good and the Bastard” e “Love Scout“), arriva a capire che quel cadavere dovrebbe appartenere ad una certa Sarah Kim (interpretata da Shin Hye-sun di “Welcome to Samdalri“, “Angel’s Last Mission: Love” e “The Hymn of Death“), coreana-americana di successo nel campo della moda di lusso, direttrice creativa dell’esclusivo marchio Boudoir, che è sparita dalla festa di inaugurazione del punto vendita e di cui si sono perse le tracce. Ad avvalorare le ipotesi, lo stesso abito da sera indossato da Sarah visibile sul cadavere e, infine, un tatuaggio sul piede recante la scritta “splendida malinconia”.
“Splendida malinconia. E’ come ricchezza miserabile o meravigliosa spazzatura. Proprio come me, che mi sento una spazzatura miserabile e malinconica”.
Anche se tutti hanno memoria del suo successo e dell’importanza del suo brand, nessuno pare essere in possesso di una foto di Sarah Kim, che sembra completamente inesistente in quanto a documenti. Ciò rende difficile capire cosa possa aver portato alla sua morte e ricostruire chi possa essere l’autore di tale crimine. Cercando di ricostruire la sua vita, Park Mu-gyeong interroga una ex amica di Sarah, Jeong Yeo-jin (interpretata da Park Bo-kyung di “Little Women“), proprietaria di un brand di cosmetici low cost, che, però, era entrata in conflitto con Sarah tempo prima, dopo essersi impossessata illegalmente dei fondi della propria azienda per investire su Boudoir. L’indagine porta alla luce i procedimenti a carico di Yeo-jin per appropriazione indebita, crimini finanziari, ma anche per atti intimidatori nei confronti di Sarah, assoldando alcuni sicari.
Tuttavia, continuando le indagini e ascoltando diverse persone – tra cui, Woo Hyo-eun, una ex lavoratrice di Boudoir (interpretata da Jung Da-bin), Kang Ji-hwon, uno gigolo ex amante di Sarah (interpretato da Kim Jae-won di “Yumi’s Cells 3“), e Choi Chae-u, la presidente dei grandi magazzini di lusso Samwol (interpretata da Bae Jong-ok di “Designated Survivor“), Park Mu-gyeong viene alla scoperta di un altro grande segreto che avvolge la vicenda di Sarah: tutto il suo marchio è una grande truffa orchestrata nei minimi dettagli, con borse contraffatte vendute come oggetti esclusivi e di lusso. Boudoir, il marchio più in voga in Europa e preferito dalla Corona inglese, in realtà, non è mai esistito, ma è sorto da un giorno all’altro sull’inventiva di una donna, che ha creato in poco tempo la storia del brand, le opinioni, l’aura di esclusività e ha saputo costruire e decostruire l’opinione pubblica usando tutti i mezzi a sua disposizione, dall’opinione di chi lavorava nella moda ai commenti anonimi su internet, dai social media ai profili degli influencer, in una manipolazione elegante, saggia, altezzosa e per nulla timorosa dell’alta società, una manipolazione, che, anzi, si inserisce nelle sue dinamiche per farle saltare nel loro stesso inganno.
Rimane da chiedersi, però, chi è davvero Sarah. Perché Sarah non esiste affatto, non è di origine americana, non ha mai studiato in Inghilterra, non ha mai lavorato per brand di alta moda in Europa. Sarah è una ex commessa di un grande magazzino di lusso di nome Mok Ga-hui, ingiustamente incolpata di non aver sorvegliato bene i prodotti esposti e condannata ad un maxi risarcimento, che ha tentato di barcamenarsi da sola come rivenditrice online, salvo, poi, suicidarsi nel fiume Han, lasciando una lunga lettera di addio. Ma Sarah è anche Du-ah, una ragazza piena di debiti e di sogni, che si è ridotta a lavorare in un host bar, ma che sa ascoltare i suoi clienti e si commuove davanti alla storia di Hong Seung-shin (interpretato da Jung Jin-young di “Chief of Staff” e “Bulgasan”), ex usuraio malato di reni, tanto da promettergli di donare un rene. E, quindi, Sarah è anche Kim Eun-jae, una sofisticata donna ricca con una tesi di dottorato plagiata, che ha sposato Hong Seung-shin per salvargli la vita e ottenere un nuovo inizio.
E, alla fine, Sarah è morta davvero tanti anni prima o è morta solo di recente in quella notte invernale dopo l’inaugurazione del suo store? Oppure è viva e cosciente, in grado di fronteggiare dialetticamente con un confronto che dura ore e mette a dura prova i nervi e l’intelletto il detective che sta indagando sul caso?
“Is demum miser est, cuius nobilitas miserias nobilitat”.
(È davvero sfortunato colui la cui notorietà mette in piazza le sue sventure).Lucio Accio, Telephus
Quando J.K. Rowling inventò un suo alter ego maschile, Robert Gilbraith, per prendersi la libertà di navigare nel mondo della letteratura esplorando generi diversi e, soprattutto, scrollandosi di dosso il peso dell’universo di Harry Potter, aprì il nuovo romanzo thriller, “Il richiamo del cuculo” con questa citazione di Seneca carica di significato per la sua situazione personale di fama e di notorietà in una società che le aveva attribuito un ruolo fisso, mentre il nome stesso dell’autore latino richiamava ben due indizi relativi alle opere di Harry Potter, pur nascondendo, di fatto, la notorietà del suo nome stesso (Seneca, appunto).
Così, per il detective Park Mu-gyeong, la sconosciuta che vede seduta di fronte è un mistero, che vive all’interno della sua stessa essenza, si decostruisce per costruirsi di nuovo, continuamente, mai parca di fermarsi, mai identica, eppure così fedele a se stessa. Ed è un mistero carico di vendetta, di voglia di sbranare il mondo, di derisione per l’etica dell’apparenza, usando quelle stesse armi che ne avevano decretato il suo bando. Perché Sarah non è una criminale psicopatica con cui avere a che fare, ma una complessità unica e meravigliosa, che riesce a racchiudere in sé freddo calcolo malvagio e una commossa umanità, pur imponendosi di eliminare l’empatia che l’aveva tenuta a freno in una vita passata. Sarah vive di assenza, più che di presenza.
“La verità, come la luce, ci acceca. Del resto, la falsità è come un meraviglioso tramonto che fa illumina tutto. Fino a quando non vieni scoperto”.
Tutto il drama, infatti, è costruito intorno all’indagine di Park Mu-gyeong su Sarah Kim e, quindi, intorno a tutte le identità di questa donna, che, lentamente, permettono di ricostruire la trama, comprendere il caso e tentare di risolverlo con una tecnica baconiana per sottrazione degli “idola fori”, ovvero dei concetti precostituiti sul fatto e sui personaggi coinvolti, fino ad arrivare a comporre insieme sul mosaico di personalità e di identità che è diventata Sarah stessa. Gli episodi della serie riportano i nomi delle identità affibbiate alla protagonista, dall’identificato cadavere di Jane Doe alla persona priva di documenti e non registrata che si presenta spontaneamente per le indagini, con l’eccezione dell’episodio 5, che, nascondendo il climax tragico e anche la cesura dell’intera vicenda, riporta il nome della creatura di Sarah, “Boudoir”. Quest’ultimo è, al tempo stesso, la chiave risolutoria del mistero e il criterio interpretativo di esso in una delle rare coincidenze tra forma e formante, frutto già di un anagramma fittizio nella sua invenzione.
I due protagonisti, contraltari della vicenda, eppure così simili nel ragionamento e nelle intenzioni latenti, Park Mu-gyeong e Sarah Kim, riescono ad essere due poli opposti della stessa lettura nei confronti della società. Entrambi disprezzano il mondo in cui vivono, tutto ciò che è fittizio, l’apparenza che porta avanti solo chi ha legami, ricchezze e conoscenze, solo che Mu-gyeong – brillante e malinconico nella sua solitudine Lee Joon-hyuk – tiene per sé il suo disprezzo per la società e cerca di sublimarlo nella ricerca di giustizia, mentre Sarah – algida e superba nella sua alterigia Shin Hye-sun – pianifica come trarre vantaggio dalla società e incatenarla nei suoi stessi inganni, quasi per deriderla.
Per questo motivo, “The Art of Sarah” è una critica feroce e senza mezzi termini della società odierna, dell’ostenta ricchezza e della sua insana identificazione con il valore. In un mondo che confonde essere e apparire, in cui tutto ciò che è vantato per bello e costoso è automaticamente visto come valido e superiore, Sarah sfrutta questa percezione e tira le sue fila di un piano perfetto fino alla fine, resistendo a qualsiasi colpo di scena e a qualsiasi imprevisto, resistendo alla morte e persino a sé stessa, creando una fluidità della sua identità, che rimane integerrima nella sua coerenza.
“Significa che chi sono non è importante. Se vedi in me un’artista della truffa, sarò un’artista della truffa. Se mi vedi come una donna d’affari, lo sarò. Ma, se mi vedi solo come una persona, allora potrai riuscire a comprendermi”.
Laura
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