“Ho imparato che qualche volta, per proteggere ciò che si ama, bisogna diventare qualcosa che si odia. Il mondo è pieno di ingiustizie, ma, talvolta, devi essere la tempesta che sistema tutte le cose.
Alla fine, non sono i proietti e le lame ad uccidere un uomo, ma è il peso delle sue scelte. Le scelte che facciamo definiscono la strada che percorreremo. Ogni decisione che prendiamo è un passo verso un futuro che non possiamo prevedere”.

Titolo originale: 미스터 션샤인, Miseuteo Seonsyain
Regia: Lee Eung-bok
Soggetto e sceneggiatura: Kim Eun-seok
Cast: Lee Byung-hun, Kim Tae-ri, Yoo Yeon-seok, Kim Min-jung, Byun Yo-han, Lee Jung-eun, Kim Kap-soo, Shin Jung-keun, Kim Bo-yoon, Kim Kang-hoon, Jo Woo-jin, David McInnis, Lee Seung-joon, Kim Eui-sung, Choi Moo-sung, Kim Byung-chul, Yoon Joo-man, Kim Nam-hee, Kim In-woo, Kim Yong-ji
Genere: drama / historical /melo / romance /sageuk
Corea del Sud, 2018 – drama
Un treno in corsa che si fa strada in mezzo a terre sconosciute, fendendo l’aria, ma anche il nord di una regione indefinita dell’Estremo Oriente; un uomo importante che viaggia per affari di Stato, che potrebbero cambiare il corso della storia di diversi popoli; una figura agile vestita di nero che salta sui vagoni in corsa, silenziosa e furtiva come un’ombra, o, forse due figure, che quasi danzano cadenzate sulle note della morte; uno scoppio improvviso e, poi, la quiete immota di un giorno ignoto.
E se ad uccidere l’alto funzionario giapponese, ambasciatore o, meglio, governatore del protettorato di Corea, Ito Hirobumi, fosse stato non solo un unico uomo? E se An Jung-geun fosse, in realtà, il nome dietro cui si nascondono tanti umili personaggi senza nome né volto, che hanno dato la vita per la causa dell’indipendenza coreana, cercando di liberare la Corea da quell’influenza giapponese che aveva iniziato a gravare già alla fine del XX secolo? Un coro tragico di donne e uomini coraggiosi, morti senza onore alcuno, se non la consapevolezza di aver vissuto per una causa comune?
Il drama sudcoreano “Mr. Sunshine” fu trasmesso nel 2018 e divenne da subito un vero e proprio caso, anzitutto perché si prefiggeva di riprendere la storia coreana e, in particolare, un capitolo così importante e sentito per il popolo coreano, rimaneggiando l’attentato a Ito Hirobumi e collettivizzandolo per costruire quasi un responsabilità generale di tutti i coreani, vestendoli dell’idea condivisa di libertà nazionale. Inoltre, fu una delle prime storiche e fortunate collaborazioni dell’Hallyu coreano con Netflix ovvero una scommessa che il servizio di streaming americano decise di fare nei confronti di un prodotto straniero e così fortemente radicato nella storia di un popolo per portarlo alla conoscenza di tutto il mondo. Una scommessa vinta anche grazie alla penna di Kim Eun-sook, mente creatrice di “Goblin“, “Descendants of the Sun” e, successivamente, di “The King Eternal Monarch” e “The Glory“, che con “Mr. Sunshine” ha creato un vero e proprio romanzo, un drama che sa di storia e di letteratura insieme, dove il registro narrativo si interseca con quello filosofico, di cui si ammantano le considerazioni e i pensieri dei protagonisti, con quello psicologico, che impronta le vicende di ogni personaggio come un vero e proprio romanzo di formazione, e quello poetico, con alcune parti liriche che sembrano rimandarsi per davvero all’antica poesia coreana.
Campione di incassi in patria e all’estero, vero e proprio evento dell’estate 2018, “Mr. Sunshine” ha ottenuto un’ondata incredibile di premi: dai Baeksang Arts Awards, agli Apan Awards, fino agli Asia Artist Awards, rimanendo tuttora iconico per le interpretazioni, per lo script e per la fotografia che sembra costruita come un quadro.
“Il coraggio non è qualcosa con cui si nasce, è qualcosa che si ottiene. Qualche volta, il più grande atto di coraggio è semplicemente resistere.
Vivere nel terrore è come morire un po’ ogni giorno. Il coraggio dà vita allo spirito. Anche se il mio corpo porta i segni delle mie lotte, il mio spirito rimane intatto”.
Choi Yu-jin (interpretato da Kim Kang-hoon di “Kingdom” e “Mouse“) è solo un bambino, quando assiste impotente alla morte di entrambi i genitori, nati con l’onta di essere schiavi e condannati ingiustamente dall’arroganza dei nobili Joseon, condanna che si estende a tutta la famiglia, bambini inclusi, perché la colpa di essere schiavi attrae anche le punizioni comminate ai propri affini. Ed è così che Yu-jin impara presto cosa significa la perdita e il dolore, ma anche cosa vuol dire sopravvivere a qualsiasi costo: scappa, si nasconde, cerca l’appoggio di un vasaio, poi, di un missionario; con una capacità unica, fiuta la tragedia incombente, quella della battaglia di Shinmiyangyo (1871), di fatto una spedizione punitiva statunitense per vendicare la perdita dell’ammiraglia navale General Sherman anni prima, ma anche il momento che ha segnato l’ingresso della cultura e delle influenze occidentali sul territorio coreano. Yu-jin abbandona la patria, che gli aveva provocato solo dolore e che minacciava di renderlo polvere, per sopravvivere e costruire se stesso: si insinua clandestinamente in una nave americana e parte verso quel nuovo Paese di opportunità e di libertà.
Passano gli anni Choi Yu-ji è ora diventato Eugene Choi (interpretato da Lee Byung-hun di “No Other Choice“, “Our Blues“, “Concrete Utopia” e tanto altro): negli anni ha lottato per resistere in quel mondo nuovo, liberandosi dal suo passato retaggio di schiavo coreano e diventando un militare dell’esercito statunitense, ma soprattutto un cittadino a tutti gli effetti, libero di godere di diritti, che la sua terra non gli aveva mai concesso, in grado di salire la scala sociale per i meriti accumulati. Fino a quando, però, l’esercito non gli chiede una missione diversa, per cui abbandonare le armi e ricorrere a tutta la scaltrezza strategica e la diplomazia accumulata sul campo: tornare in Corea come facente le funzioni di console per dipanare una crisi importante che potrebbe paralizzare per sempre il governo dell’imperatore coreano, basata su una lettera compromettente e una cambiale non pagata e, soprattutto, costellata già di assassinii e altri delitti.
Per Eugene Choi è un ritorno ad un passato che reca ancora le cicatrici di tutte le ferite, materiali e immateriali, subite sia dal suo corpo che dalla sua memoria, con la sua nuova identità americana, che ha cercato di sopprimere per tanto tempo il substrato coreano, pronto a riemergere in una dualità trasparente e drammatica, una volta tornato nella sua vecchia terra, che incolpa di averlo tradito e rinnegato, ma che, pur nella lontananza, non è mai riuscito ad odiare.
“Il passato è una ferita che il tempo non può guarire. Ho attraversato l’oceano per fuggire dal mio passato, ma mi ha seguito come un’ombra.
Il mio passato è una storia scritta nella sofferenza, ma è anche la storia di un sopravvissuto. Le cicatrici sul mio corpo sono una mappa delle battaglie che ho combattuto, ma quelle nella mia anima sono una mappa delle battaglie che ho perso.
Le ferite del mio passato mi hanno reso l’uomo che sono oggi, ma non definiscono il mio futuro”.
Ma Eugene Choi non è l’unico ad avere un rapporto ambivalente con la sua terra. Gu Dong-mae (interpretato da Choi Min-young di “Xo, Kitty” e “Weak Hero Class 2“) è figlio di macellai, una classe sociale forse ancora più infima di quella degli schiavi, perché, anche se formalmente liberi, sono considerati privi di qualsiasi dignità e onore sin dalla nascita, condannati alla ripugnanza del proprio lavoro. Dong-mae sa che sua madre subisce costantemente violenza da un ricco nobile e sa pure che né lei né il marito sono in grado di opporsi in alcun modo, condannati al silenzio e al tormento da una società che aborre la loro presenza. Ed è per questo motivo che capisce e approva quando la madre uccide il suo aguzzino, dedicando la sua vita alla vendetta per i torti subiti dai suoi familiari.
Crescendo, Gu Dong-mae è diventato Ishida Sho (interpretato da Yoo Yeon-seok di “Hospital Playlist“, “When the Phone Rings” e “The Interest of Love“) e ha basato già in quel suo nome giapponese acquisito il suo vero proposito di vendetta: distruggere Joseon e tutte le brutture che ha recato a tante persone, perché nella distruzione possa emergere una nuova società priva di diseguaglianze. Per questo, Ishida Sho ha imparato il giapponese come se fosse la sua lingua madre, veste un kimono da samurai e usa una lunga katana, affiliato alla società Yakuza Musin, che, nella realtà, è ispirata al gruppo ultranazionalista della “Società del drago nero”, un’organizzazione che operava all’inizio del XX secolo in tutto il mondo (soprattutto in quello asiatico) con la convinzione di espandere gli interessi del Giappone per creare un nuovo ordine. Ishida Sho vuole che il Giappone destabilizzi totalmente la Corea, che la conquisti, la destrutturi, cacci via tutta la corrotta nobiltà, per far rivivere solo la purezza del popolo coreano, senza più diseguaglianze e divisioni di caste; chiama la distruzione del suo Paese che afferma di odiare perché, inconsapevolmente, ama troppo il suo popolo per lasciarlo languire e, in ciò, vive una dualità ancora più drammatica di Eugene Choi, scisso in due dalla sua stessa katana, fermo ad un bivio in attesa che le sue due parti si decidano a distruggersi a vicenda.
“Se il mio destino è sopravvivere ad ogni cosa solo per morire per mano tua, allora morirò”.
Anche Yi Yang-hwa (interpretata da Kim Min-jung di “My Fellow Citizens” e “The Devil Judge“) ha un passato coreano intriso di colore e un nuovo nome che camuffa per un futuro costruito: tutti ora la chiamano Hina Kudo, una ricca vedova giapponese, ereditiera di un’enorme fortuna e di un hotel, ma pochi conoscono che è stata venduta dal padre ad un ricco impresario giapponese solo per ottenere soldi e posizioni sociali e politiche in ascesa. Anche Hina Kudo è scissa in due, ma è riuscita a scegliere quale parte seguire, conservando del suo doloroso passato solo la dolce emotività materna dei ricordi d’infanzia e indossando ogni giorno una maschera per inserirsi nella società senza farsi ferire. La donna elegante e colta che è diventata è solo una finzione per salvare la purezza di quel sogno da bambina infranto. Al contrario di Dong-mae, non incolpa Joseon per averla privata della libertà, ma individua la fonte nella corruzione presente all’interno del sistema coreano su attrattiva dei soldi giapponesi ed è lì che concentra i suoi sforzi, come se salvare la sua vera patria fosse una salvezza di quella memoria che le è stata interrotta e negata. Ed è per questo che lascia la sua dualità solo apparente, scegliendo da subito la sua vera identità.
La dualità di Kim Hui-seong (interpretato da Byun Yo-han di “Misaeng – Incomplete Life“), invece, non è vissuta sul territorio, ma sul tempo: Hui-seong appartiene ad una famiglia nobile, che può vantare ricchezze terriere ingenti, conoscenze e collocazioni nella più alta società Joseon e ha uno stretto legame con l’imperatore, ma che non sa leggere la storia, né sa adattarsi ai nuovi tempi in cambiamento. Ed è forse per questo motivo che Hui-seong continua sempre a fuggire, rinnegando un’impostazione sociale arcaica e patriarcale a cui sente di non appartenere, cercando una nuova vita all’estero senza troppa convinzione, in una scissione che ne riflette il suo nomadismo inconscio dell’animo, alla ricerca di se stesso, prima ancora che della verità. Solo che, alla fine, torna da dove era fuggito, con una circolarità che ne dimostra la sua evoluzione, per chiarirsi e comprendere per davvero l’afflato di libertà nascosto dietro quella società che non riusciva a comprendere, destrutturando il popolo dal tempo per proiettarsi verso il futuro – unico personaggio che lo fa veramente. Non si tratta di onorare impegni, assolvere se stesso o salvare il proprio passato, ma di capire quale sistema sia più giusto e tentare di costruirlo non tanto per se stessi, quanto per i propri eredi, trovando la sua posizione nel mondo.
“Alcune cose non possono essere distrutte nemmeno con una spada, come un cuore giusto e appassionato”.
In questo affresco di personaggi che si ritrovano nello stesso momento e nello stesso luogo, sullo sfondo di una Corea che, ogni giorno, perde sempre di più la propria autonomia, emerge Go Ae-shin (interpretata da Kim Tae-ri di “25 21“, “Little Forest” e “Jeongnyeon: The Star is Born“), che è nata per la libertà, vestendosi di quella luce, perché non ne può fare a meno, concepita ed educata con lo scopo di trascinare le menti verso la consapevolezza di se stessi, restia a vincoli e a legami, ma capace di provare con un solo sguardo compassione, empatia, sicurezza, timore, coraggio, audacia, sete di libertà e di sapere, indipendenza, giustizia, passione. Ae-shin ha la missione inconsapevole di illuminare le vite degli altri, mentre ogni giorno rischia la propria, traccia un sentiero per far comprendere cosa voglia dire andare a riprendersi la propria libertà e riesce ad ispirare e a farsi seguire.
Nata da una famiglia nobile, ma già devota alla causa del popolo coreano ai tempi delle prime infiltrazioni giapponesi, è l’unica sopravvissuta allo sterminio da parte delle forze armate giapponesi di un movimento indipendentista coreano, in cui hanno perso la vita anche la madre e il padre (qui eccezionalmente interpretati da Kim Ji-won e Jin Goo, già coppia secondaria – e molto amata – del drama “Descendants of the Sun”). Cresciuta dal nonno e da altri componenti della sua famiglia, è stata abituata da subito alla dualità, concepita come la forma più normale per ingannare gli altri e prepararsi alla causa del popolo coreano ed è per questo motivo che la comprende e non la rinnega, senza subirne alcuna scissione interiore, conscia di quello che è e convinta di ciò che diventerà, accogliendo tutto quel coacervo di determinazione e caparbietà nella sua passione più pura, grezza e brillante come un diamante. Durante il giorno, Ae-shin appare come una comune nobile fanciulla, forse troppo studiosa e troppo curiosa di giornali, politica, attualità e mode estere, eterna disperazione del nonno, o anche troppo scontrosa e volitiva, abituata ad esprimere sempre la propria opinione in un mondo che non è ancora pronto ad accogliere le donne in società, testarda e moderna con i suoi pari, che sembrano legati a un vecchio sistema patriarcale e non sono ancora in grado di leggere i pericoli incombenti, calma e riconoscente nei confronti di chi sa insegnarle qualcosa, in grado di riflettere e superare le discriminazioni di rango che la sua posizione le aveva inculcato, decisa a leggere il cuore di una persona, senza guardarne al passato. Eppure, se già nella vita ordinaria Go Ae-shin può apparire potenzialmente come un vero pericolo per la società Joseon, è nella sua vita segreta che risiede il substrato più pericoloso di quella passione viva e dirompente: ogni giorno, Ae-shin viene educata alla lotta dai componenti dell’Esercito dei Giusti (in primis, da Jang Seung-gu, interpretato da Sung Yoo-bin di “A Good Bad Mother“, e da Hwang Eun-san, interpretato da Kim Kap-soo di “Chief of Staff“), che la istruiscono nell’uso dell’arco, della spada, delle armi da fuoco e nelle incursioni. Ae-shin diventa così abile, da assumere presto un ruolo centrale nella lotta contro l’occupazione giapponese, inviata nelle missioni più rischiose per la sua bravura e per la sua discrezione, leggera e fuggevole come un’ombra vestita di nero che salta sui tetti di Hwanseong, come all’epoca era chiamata Seoul.
“Potreste vivere una vita comoda, vibrante come un fiore. Da quello che ricordo, è la vita della maggior parte delle donne di Joseon”.
“Ma io non sono molto diversa. Anche la mia vita è vibrante. Solo che io voglio essere la fiamma. Se la vita è un fiore destinato ad appassire, voglio fiorire come i fuochi d’artificio. Desidero bruciare intensamente e, poi, appassire. Come una fiamma. Temo la morte, ma ho deciso ugualmente in questo modo”.
Ed è così, di corsa, con il suo passo veloce e spettrale, che i suoi occhi incrociano quelli di Eugene Choi, entrambi nascosti dietro una maschera nera che ricopre parte del volto, entrambi sullo stesso luogo per la stessa missione. Uno sguardo, un inseguimento e un ricordo che rimane impresso nelle loro anime, perché si sono riconosciute simili, prima ancora di conoscersi, in una storia d’amore fatta di sguardi intensi e di profonda lealtà, di una fiducia reciproca costruita poco per volta (simboleggiata benissimo da quelle lezioni reciproca, in cui Eugene insegna ad Ae-shin l’inglese, mentre Ae-shin insegna a Eugene a leggere e scrivere in coreano). Più Eugene si avvicina ad Ae-shin, più perde la cupezza che la lotta e anni di tacita resistenza e solitudine avevano provocato: le sue ferite si addolciscono, scavando nel profondo del suo animo e restituendolo con quella purezza di quando era bambino, intatto nella ricerca di giustizia, profondamente devoto a chi amava. Più Ae-shin si avvicina a Eugene, più la sua determinazione diventa saggezza, spogliandosi dei toni ruvidi della cieca ostinazione per comprendere ancora meglio la sofferenza: accoglie come suo il dolore dell’animo di Eugene e impara a lenirlo come se fosse un canto di preghiera di tutto il popolo, abbracciando non più una causa politica, quanto una voce che la invoca come vero sostegno.
“L’anima che riesce a parlare attraverso gli occhi può baciare con un battito di ciglia”.
I destini di tutti questi personaggi si diramano dallo stesso punto per, poi, allontanarsi e convergere nuovamente, in modo quasi inaspettato e imprevisto, in un epilogo finale che li porta lungo la stessa via. Nel buio a cercare se stessi e la propria redenzione, si imbattono nella luce, che simboleggia la vera anima del popolo coreano, e si ritrovano, andando oltre i propri contrasti con il passato per vivere il presente in funzione della costruzione del futuro degli altri.
“Anche nei momenti più bui, ci sarà sempre una luce a guidarci”.
Laura
Come suona la recensione?
