“Quando la primavera scorsa ho deciso che avrei scritto del bianco, per prima cosa ho steso una lista (…).
Ogni parola, mentre la annotavo, mi ha stranamente turbata. Volevo a tutti i costi portare a termine questo libro, e sentivo che il processo di scrittura mi avrebbe in qualche modo cambiata. Ne avevo bisogno, come di una pomata bianca da spalmare sulle ferite, e di una garza per proteggerle”.

Titolo originale: Huin – The Elegy of Whiteness, 흰
Autore: Han Kang
Prima pubblicazione: in Corea del Sud 2016, in Italia 2025
Casa editrice: Adelphi
Il bianco come assenza e presenza contestuale di colore, luce e buio fusi in un solo istante di eternità, memorie di epoche passate, forse mai vissute, ricordi di altre persone rimasti incastrati nel vento del tempo, dolore e conforto, sorriso e lacrime. Il bianco come una stilla contenuta in un’unica discorsiva e a tratti frammentaria elegia di Han Kang, che, nel suo “Il libro bianco“, fa parlare voci non scritte e percepite nell’empatia universale che trascende spazio e tempo e che caratterizza la prosa poetica e corale di questa grande autrice sudcoreana, Premio Nobel nel 2024.
Universalmente, il bianco è l’innocenza, la pulizia, la cura che può lenire il dolore, il conforto che può arrivare da un nuovo inizio. Secondo Han Kang, le fasce e gli abitini dei neonati sono bianche, così come sempre bianche sono le garze e le pomate mediche. Il bianco è anche il colore della neve e della sua purezza, come del sale e dell’onestà, è luce divina che comprende il tutto contrario al nulla e nel tutto vi rientrano voci e volti ignoti, ma anche voci e volti che non sono e che sarebbero potuti essere. Il bianco in molti Paesi dell’Estremo Oriente, come in Corea, nell’antichità era il dolore del lutto, della vita terrena che finiva per aprire un nuovo percorso all’anima.
Per descrivere chiaramente questo libro ed entrare nello spirito nascosto tra le sue pagine, è necessario un antefatto relativo alla vita dell’autrice: nel 2014, dopo la pubblicazione del celebre “Atti umani” (di cui abbiamo parlato qui), stanca dalle enormi ricerche durate anni, ma anche dallo sforzo quasi sovrumano che il coro tragico della ricostruzione del massacro di Gwangju aveva richiesto, Han Kang accettò l’invito di un’amica, docente universitaria di storia delle religioni e traduttrice, di trasferirsi per qualche mese a Varsavia per aiutarla con la traduzione di antiche fonti confuciane. Un lavoro diverso che doveva significare sosta e ripresa, ma anche momentaneo rifugio in una città lontana e straniera, perduta in una lingua ignota. Ed è qui, in Polonia, che l’autrice inizia a trovarsi circondata da bianco e quasi a ricercarlo, come se la vista di ogni elemento bianco potesse lenire tutto quel dolore di cui il suo animo si era fatto carico negli anni precedenti.
“Perché in questa città sconosciuta mi riaffiorano di continuo alla mente vecchi ricordi? (…)
In questo momento la città è avvolta nella nebbia del mattino.
Il confine tra cielo e terra è scomparso. Al di là della finestra intravedo solo, a quattro o cinque metri di distanza, il profilo slanciato di due pioppi neri come l’inchiostro. Tutto il resto è bianco. Ma si può davvero definire bianco, quell’immenso movimento acqueo che fluttua silenziosamente tra questo mondo e l’altro, un ammasso di gelide particelle ognuna delle quali contiene l’oscurità più nera?”
Tempo prima, sistemando insieme al fratello gli oggetti raccolti nella casa dei genitori dopo la loro dipartita, era venuta a trovarsi tra le mani un vecchio camicino per bambini di un bianco immacolato, unica memoria conservata dalla madre della figlia maggiore, prematuramente deceduta da neonata. La neve bianca che ingloba Varsavia, tutte quelle nuove costruzioni, di un bianco freddo e ospedaliero, che hanno fatto risorgere la capitale polacca rasa al suolo rammentano nella memoria dell’autrice il bianco di quel camicino e la tristezza mista a gioia che accompagna il sorriso della madre quando narrava della bambina perduta. Tutto quel bianco si confonde in un’unica luce, in un elenco di oggetti e di elementi bianchi che l’autrice spera le possano donare conforto, ma anche consapevolezza, facendo sorgere in lei il proposito di scrivere sul bianco come protagonista non di narrazioni, ma di percezioni ed emozioni, veicolo di sentimenti che rimangono impressi su un’immaginaria pellicola fotografica.
Nell’immaginazione, il bianco fa sorgere tre voci distinte, una corale e due individuali, che si incontrano, come se la prima parlasse alla seconda e alla terza.
Il coro è costituito dalla popolazione di Varsavia, che, al tempo dell’occupazione nazista, si sollevò e si ribellò: è la voce che appartiene ai 220 giovani combattenti del ghetto, che il 19 aprile 1943 insorsero contro i propri carnefici, cercando la libertà, e che ha lasciato la sua impronta su tutti i muri della città. Questa voce corale parla all’autrice dai monumenti commemorativi, dalle strade, dai gradini bianchi degli edifici, dalla neve depositata intorno.
La stessa voce corale parla anche ad una voce individuale, che si fonde con l’autrice, nonostante non sia lei: si tratta della sorella maggiore mai deceduta, di colei per cui l’autrice stessa compone questa elegia. Han Kang immagina una vita in cui la sorella non è mai morta nel suo bianco camicino. Sopravvissuta alla nascita prematura e alle sofferenze, è cresciuta, è diventata donna ed ora vive a Varsavia e ne rappresenta quasi il suo stesso spirito, bianca lei stessa come la città.
“A lei che ha conosciuto lo stesso destino di questa città. Che è morta, o è stata annientata, ma si è ricostruita da sé, con tenacia, sulle sue rovine carbonizzate. E che, per questo, è ancora nuova. Una persona che porta addosso uno strano fregio – il segno chiaro e netto di unione tra i resti di pilastri e vecchi muri di pietra e le parti nuove costruite sopra. (…)
Pensavo intensamente al suo volto – il volto di lei che assomiglia a questa città. Aspettando di veder emergere a poco a poco i suoi lineamenti, la sua espressione”.
Il libro è diviso in tre parti (1. Io; 2. Lei; 3. Tutto il bianco), tuttavia non è possibile affermare che le parti corrispondano alle tre voci protagoniste della narrazione, giacché la voce corale si disperde in modo frammentario nelle prime due parti, senza mai parlare in prima persona, visto che comunica attraverso immagini e impronte di pensieri all’autrice stessa, mentre le due voci individuali (quella dell’autrice – Io – e quella della sorella deceduta – Lei) si fondono nell’autrice stessa che parla e vede attraverso i propri occhi e attraverso quelli della sorella, conscia che potrebbero incontrarsi solo “in quello spiraglio azzurrino” tra il buio e la luce, l’unico momento possibile al di là della vita e della morte per scorgersi il volto e conoscersi. La coincidenza di luce e ombra è la sintesi della terza parte del libro, dove l’autrice e la sorella si ritrovano nel lutto, dopo la morte dei genitori, ed insieme, silenziosamente, in quel lutto stesso si conoscono, continuando a vivere.
“Dischiudo le labbra e mormoro le stesse parole che udisti aprendo i tuoi occhi neri, tu che non potevi ancora capirle. Le scrivo calcando la penna su un foglio bianco. Credo non ci siano parole migliori per dirsi addio. Non morire. Continua a vivere”.
Han Kang spiega che in coreano esistono due parole per definire il bianco: hayan (하얀) indica il bianco “visibile” e quotidiano, ovvero il colore bianco vero e proprio, nella sua purezza e nella sua brillantezza come sintesi della luce, mentre huin (흰) denota un bianco “profondo” e, quindi, emotivo e fragile, connesso ai sentimenti, perché evoca un intreccio desolato di vita e morte, sottolineando la purezza del ricordo al di là dell’esistenza reale, quella parte che rimane indistruttibile ed eterna, perché nemmeno il dolore può riuscire a distruggerla. Il bianco “oggettivo” si distanzia dal bianco “soggettivo”, perché, se il primo è luce diretta, il secondo contiene in sé il concetto stesso di luce in tutte le sue declinazioni, ivi comprese le ombre, necessarie all’esistenza stessa della luce, al confine tra la vita terrena e quella eterna e persistente della memoria, dove sono vive e bianche tutte le cose che esistono nel ricordo e nella preghiera, senza bisogno di corporeità.
“E in quel bianco, tra tutte quelle cose bianche, respirerò il tuo ultimo respiro”.
Laura
