“Caro Fujii Itsuki, come stai?”
“Io sto bene”.

Titolo originale: “Love Letter”, “Rabu retâ”, “ラブ・レター”, “When I Close My Eyes”
Regia: Shunji Iwai
Scritto da Shunji Iwai
Cast: Miho Nakayama, Etsushi Toyokawa, Miki Sakai, Takashi Kashiwabara, Bunjaku Han, Katsuyuki Shinohara, Ranran Suzuki, Mariko Kaga
Genere: drammatico
Giappone, 1995, film
Esistono alcuni film che riescono a rappresentare in modo straordinario quel concetto bergsoniano della memoria come conservazione, quel tempo interiore come flusso continuo dove il passato si conserva e riesce a fondersi nel presente.
“Love Letter” appartiene a questa tipologia di film, anzi, è uno dei migliori film che rappresenta meglio quel tempo interiore, indivisibile, dove la coscienza stessa conserva, attraverso il ricordo e la memoria, quel tempo passato che diventa un tutt’uno con il presente stesso, in un passaggio continuo, pari ad una melodia.
Una distesa di neve, una montagna che si erge davanti alla protagonista che grida il proprio dolore per cercare di fare ordine alle emozioni che la tengono sospesa in una dimensione legata al ricordo, una stufa accesa nella penombra di una stanza, il rumore della carta da lettere, la stagione invernale che invita lo spettatore alla riflessione e ci trasporta in un viaggio meraviglioso tra Kobe e Otaru. Giappone, 1995.
A due anni di distanza dalla dipartita del fidanzato Fujii Itsuki, a causa di un incidente in montagna, la giovane Hiroko Watanabe (interpretata dalla compianta e bravissima Miho Nakayama, “Butterfly Sleep”) presenzia alla cerimonia di commemorazione. Alla fine della cerimonia, Hiroko accompagna a casa la madre di Itsuki e qui, per caso, si imbatte nel vecchio annuario scolastico del fidanzato che, prima di trasferirsi a Kobe, aveva abitato a Otaru, nel nord del Giappone, a Hokkaido, dove aveva frequentato la scuola.
Sfogliando l’annuario, Hiroko ritrova il vecchio indirizzo del fidanzato e decide di spedire una lettera che la ragazza chiama “lettera al Paradiso” e, pur sapendo di non dover attendere risposta, le sembra, però, di affidare la propria tristezza ad una pallida speranza di incontro al di là del tempo e dello spazio.
Inaspettatamente, qualche giorno dopo, Hiroko riceve una lettera di risposta, poche righe e la firma di Fujii Itsuki.
A rispondere alla lettera di Hiroko è, però, una ragazza con lo stesso nome e cognome del suo fidanzato, che ai tempi frequentava la stessa scuola a Otaru, e ora è bibliotecaria. Hiroko, così, comprende di aver trascritto dall’annuario l’indirizzo sbagliato.
Da qui in avanti comincia una fitta corrispondenza epistolare tra le due ragazze, all’inizio diffidano l’una dell’altra, poi, pian piano entrano in confidenza e si raccontano momenti della propria vita, soprattutto del passato e dei ricordi che entrambe hanno del compianto Itsuki con la differenza che per Hiroko il ricordo è quello di un ragazzo timido, posato, schivo, molto riservato anche nei propri sentimenti, per Itsuki, invece, il suo compagno di classe, nei ricordi di adolescenza, era stato per lei un vero e proprio incubo a partire dai loro nomi e cognomi uguali: a causa di ciò, infatti, erano diventati entrambi zimbelli dei compagni di classe che li prendevano in giro.
Per Itsuki, poi, a differenza del ricordo maturo di Hiroko, il compagno di classe era un ragazzo che stava sempre sulle sue, ma che nei suoi confronti diventava dispettoso e irritante.
Nel frattempo, Hiroko, crogiolandosi nel ricordo del suo amato fidanzato e non riuscendo a superare il senso di perdita, si confida con Akiba (Etsushi Toyokawa, “Undo”, “Tokyo Swindlers”) da sempre innamorato di lei e che attende il momento in cui la ragazza riuscirà a riappropriarsi della propria vita, lasciando andare le angosce e i dolori che dilaniano la sua anima.
Mentre continua la corrispondenza epistolare tra le due ragazze, Hiroko scopre di avere una forte somiglianza con la bibliotecaria Itsuki (Hiroko e Itsuki, infatti, hanno entrambe il volto di Miho Nakayama) e così si chiede se in effetti il suo amato fidanzato le avesse detto la verità: si era veramente innamorato di lei a prima vista? Itsuki l’aveva amata davvero oppure era stata solo la proiezione di un vecchio amore platonico della sua adolescenza?
A Otaru, intanto, Itsuki continua a scrivere a Hiroko raccogliendo i suoi ricordi dei tempi della scuola, ricordi lontani, quasi sbiaditi e, nelle sequenze sfumate dei flashback, lo spettatore rivive le emozioni dell’adolescenza di Itsuki (interpretata qui dalla giovanissima Miki Sakai) e del compagno di scuola dal suo stesso nome, interpretato da Takashi Kashiwabara.
I pomeriggi in biblioteca, tra gli scaffali disordinati e il prestito dei libri che la giovane Itsuki legge voracemente e le meravigliose immagini dei due ragazzi in bicicletta, hanno reso il film iconico, così come la fotografia di Noboru Shinoda che ha impreziosito le scene dei flashback e quelle del presente con colori differenti, luci sfumate che si disperdono in emozioni e suggestioni impareggiabili.
Il film delicato, poetico, rievoca un cinema introspettivo dove ogni immagine trasmette allo spettatore un’emozione: quel tempo perduto, quelle memorie eteree, sospese, il tentativo di elaborazione di un lutto che la protagonista Hiroki inizia finalmente ad intraprendere grazie allo scambio epistolare con Itsuki e la stessa Itsuki che rivive, attraverso la memoria, quel periodo della sua vita dove in realtà quei momenti, quelle occasioni non torneranno più, ma possono restare perpetue nel ricordo.
Itsuki, che già dalle prime immagini del film soffre di un forte raffreddore, a causa di aggravamento della malattia, nel mezzo di una notte di tormenta di neve, viene accompagnata dalla madre e dal nonno in ospedale e durante la convalescenza rivive le angosce di dieci anni prima quando il padre era morto per una polmonite in una giornata gelida d’inverno, forse un ricordo doloroso che aveva tentato di celare nella sua memoria, ma che ora cerca di superare e così riaffiora anche l’ultima volta che aveva visto il suo compagno Itsuki, il giorno del funerale di suo padre, quando le aveva consegnato un libro da riportare in biblioteca. Dal giorno dopo non lo aveva più visto, si era trasferito con la sua famiglia in un’altra città.
In contemporanea, Hiroko, in una delle scene più belle e suggestive del film, quasi un dipinto di paesaggio innevato, grida alla montagna dove è morto Itsuki, gli chiede come sta, abbandonando le lacrime al biancore attorno a sé, nascondendo per sempre quel suo dolore nell’immensa lontana montagna, alla quale può lasciare il suo fardello emotivo.
Hiroko e Itsuki rappresentano il presente, ma sono entrambe legate al passato rappresentato dal defunto Itsuki. Per Hiroko il suo amato Itsuki non appartiene al passato remoto, come spiegato in un passaggio del film, non è un passato finito, lontano, mentre per la bibliotecaria Itsuki il compagno di classe omonimo, che credeva appartenesse ad un passato remoto, riemerge, invece, nel suo presente di ricordi, tra le mura della scuola dove ritorna per visitare la vecchia biblioteca, ora curata da alcune giovani studentesse che la riconoscono appena sentono il suo nome perché si erano da sempre accorte che la maggior parte delle schede archiviate per il prestito bibliotecario riportava il nome di Itsuki Fujii oppure del suo compagno di classe o di entrambi.
“Love Letter” usa un linguaggio emotivo, parole mai dette, ma sussurrate e carpite dallo spettatore che si perde nei paesaggi innevati, nella stagione invernale così fredda, ma intima e che richiama alla memoria i ricordi come coscienza stessa che conserva l’intero passato nel presente.
Non a caso tra le pagine del libro “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, consegnatole dalle studentesse della biblioteca scolastica, Itsuki ritrova un messaggio del passato lasciato dal suo compagno di classe, una rivelazione, una essenza della vita perduta che unisce passato emotivo e presente, una memoria involontaria.
“Love Letter” è il primo film e uno dei più belli del regista Shunji Iwai, anche scrittore, sceneggiatore, artista e musicista. Il film, girato quasi interamente a Hokkaidō, vanta la colonna sonora curata da Remedios, ovvero Reimi Horikawa, meglio conosciuta con il nome d’arte REIMY, cantautrice e compositrice giapponese originaria di Okinawa che, attraverso il progetto musicale Remedios, ha prodotto e composto numerose colonne sonore di anime e film, mentre all’interno del film viene citata più volte la canzone di Seiko Matsuda, “Sweet Memories”.
Piccola curiosità, la madre della bibliotecaria Itsuki è stata interpretata da Bunjaku Han, attrice taiwanese di lingua giapponese, diventata famosa per aver dato le sembianze a Jun Sanders, personaggio della trasposizione televisiva del manga sportivo del 1968, “Sign wa V!”, nata da madre giapponese e padre afroamericano.
“Love Letter” fu da subito un successo in tutta l’Asia orientale e in particolare in Corea del Sud dove è stato uno dei primi film giapponesi ad essere proiettato nei cinema dalla Seconda Guerra Mondiale.
Grazia
Come suona la recensione?
