“Spero con tutta l’anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.”
(J.D. Salinger, “Il giovane Holden”)

Titolo originale: Mr. 플랑크톤 (Mr. peullangkeuton); Mr. Plankton
Regia: Hong Jong-chan
Sceneggiatura: Jo-young
Cast: Woo Do-hwan, Lee Yoo-mi, Oh Jung-se, Lee El, Kim Min-seok, Kim Hae-sook, Lee Hae-young, Alex Landi
Genere: drama /dark comedy /crime /on the road
Corea del Sud, 2024 – k-drama, 10 episodi
Certe volte, immagino di risentire nella mia testa parti di libri letti con le voci che ho immagazzinato nel mio archivio uditivo della vita, magari solo in piccoli determinati momenti, spesso associati a frazioni di immagini infinitesimali. Ebbene, io, questa frase di Salinger, me la immagino letta dalla voce calda e, al tempo stesso, squillante, calma nel suo delirio interiore, del protagonista del drama “Mr. Plankton“, mentre è seduto in riva al mare e dice che forse, in fondo, un po’ gli dispiace lasciare questa vita proprio nel momento in cui stava iniziando a divertirsi, e aggiunge quasi un sottile raschio di fondo, che non fa capire se sta dicendo sul serio o se scherza perché la sua verità sarebbe troppo dolorosa. E lo vedo progettare la sua sepoltura come uno scherno per l’umanità, quando, in realtà, riesco a percepire i suoi pensieri e quella rabbia sorda che urla da sola nel vuoto, ma che nessuno si ostina a sentire.
Scrivere di questo drama non mi è facile, perché ogni frammento di quelle immagini sparse, ogni singola nota di quella voce rassegnata e sardonica mi suscitano un dolore profondo, quasi una ferita sulla carne, che si ripete e affonda sempre di più. E non è solo per il finale, perché quell’urlo sospeso nel vuoto di una distesa nevosa e ghiacciata, desolata nel suo isolamento esterno come specchio della solitudine interiore, concentra tutto il dolore del protagonista, ma anche per tutto quello che sta nel mezzo, per quegli attimi di vita esagerata che si sono susseguiti senza tregua, come una corsa fino all’ultimo respiro per cercare la vita originaria e, al tempo stesso, per negare la morte incombente.
“Immaginavo ogni notte come sarebbe stato morire. Sarebbe stato esaltante, come saltare un ostacolo? O sarebbe stato liberatorio come togliersi dei vestiti bagnati fradici? Forse come passare da un vagone della metropolitana all’altro, o qualcos’altro di banale. No, ora che è arrivato, non è niente di tutto questo”.
Hae-joo (Woo Do-hwan di “The King Eternal Monarch“) ha una strana azienda di tuttofare quasi investigativo in cui, aiutato dall’amico Yoo Gi-ho (Kim Min-seok di “Typhoon Family” e “Lovestruck in the City“), si occupa praticamente di ogni cosa, che sia interrompere un matrimonio, inseguire una persona o ricavare informazioni scandalose, al limite tra la legalità e l’illegalità, sul filo continuo del pericolo e della temerarietà, tranne ritrovare persone perdute. La sua vita non è semplice, bloccato in una continua corsa senza fiato, fatta di rabbia, inespressa, rancore e abbandono, ragazzo randagio nell’animo, raccolto quasi per caso da Bongsuk (Lee El di “A Korean Odyssey” e “Goblin“), proprietaria di un host club e di una casa da gioco, solitario nella sua stessa marginalità.
Un giorno, Hae-joo, che ha sempre vantato una salute di ferro, sviene dopo un attacco improvviso. Il controllo medico gli diagnostica una rara malformazione genetica al cervello per cui non ci sono cure, né sono possibili operazioni. In pratica, come afferma Hae-joo, vive con una bomba ad orologeria nella testa, che la sua vita sbandata e frenetica ha accelerato. Non gli resta che poco tempo da vivere, una manciata di giorni o di mesi, per congedarsi definitivamente dal mondo.
L’unica cosa che potrebbe fare Hae-joo è quella di avere maggiori informazioni sulla sua patologia, visto che è un’eredità dei geni che gli hanno fornito i suoi antenati, ma il destino è stato beffardo con lui, crescendolo solo e sconfitto, un esule alla deriva nel mondo. Solo i suoi ricordi della sua prima infanzia sono stati lieti, ma talmente esigui da lasciare spazio alla tristezza, dovuta alla depressione continua e alla scomparsa della madre, e al baratro dell’abbandono, quando ha scoperto di essere nato da un’inseminazione artificiale errata, che ha portato il padre Chae Yeong-jo (Lee hae-young di “Bloodhounds“) a disaffezionarsi di lui, fino a lasciarlo andare.
Non sapendo chi sia il vero padre biologico, che ha contribuito silenziosamente alla sua nascita, donando il suo seme, con una condanna a morte sulla testa a causa della malattia e inseguito dalla malavita per essersi intromesso negli affari privati di un boss mafioso, Hae-joo decide che non ha più nulla da perdere e che, come è sempre stato viaggiatore nella vita, vuole continuare ad esserlo anche nella sua fine. Così, si mette a viaggiare per il Paese in cerca del vero o presunto padre.
Come quando si lascia la casa in caso di incendio, Hae-joo inizia a chiedersi cosa portare con sé e cosa abbandonare, trovando l’unico appiglio sincero nel ricordo della storia d’amore con Jo Jae-mi (Lee Yoo-mi di “Strong Girl Nam-soon“), l’unica persona che l’ha sempre considerato come tale, senza richiedere spiegazioni o giustificazioni, accettando ogni più piccolo tratto della sua personalità e donandogli la freschezza e la brillantezza della sua luce.
Jae-mi ha fatto di tutto per cercare di dimenticare la delusione che Hae-joo le ha dato e ha accettato di sposare Eo Heung (Oh Jeong-se di “It’s Okay To Not Be Okay” e “When the Camellia Blooms“), uno specialista di medicina orientale erede di una nobile e antica famiglia, dominata dalla matriarca Beom Hoja (Kim Hae-sook di “Start Up” e “Hospital Playlist“), anche a costo di essere umiliata costantemente per il suo stato di orfana e di nascondere la sua precoce menopausa che le impedirà di avere figli.
“Mi sembra di aver corso come una matta verso il traguardo. Era proprio davanti a me, ma è scomparso. Lo slancio mi spinge ad andare avanti, ma non so davvero dove andare adesso. Sono già esausta”.
Hae-joo rivede Jae-mi bardata nei suoi paramenti matrimoniali tradizionali e ne percepisce l’infelicità repressa da quel falso entusiasmo di essere finalmente accettata da una famiglia. Rivede nel suo sguardo la sua perenne ricerca di affetto, quel desiderio di essere amata per non essere abbandonata, di essere vista come una persona e di poter ricoprire un proprio posto nel mondo. Rivede il suo stesso randagismo e la sente naufraga nello stesso infinito mare del mondo. E, in un attimo, la rapisce da quel matrimonio e la porta dietro con sé nel suo viaggio alla ricerca del padre mai conosciuto, ma soprattutto alla ricerca di stesso, verso quel confine della vita di cui non si sa nulla, se non che non si vorrebbe mai arrivare.
“Vedi quei bagliori? Sai cosa sono? Guarda attentamente e vedrai che in realtà si tratta di plancton che galleggia. Emette la luce che cattura dal sole. Quello che vedi è il plancton che luccica”.
Hae-joo e Jae-mi sono come plancton: galleggiano piccoli e insignificanti nel mare della vita, esseri strani di cui nessuno si cura, senza riuscire a definirsi né animali né vegetali, talmente minuscoli dal risultare superflui e quasi inesistenti nel vortice delle onde. Eppure, è il plancton che nutre il mare e le sue creature, che cattura la luce solare e la filtra negli abissi marini, dove nessun raggio potrebbe mai arrivare, donando il proprio bagliore senza chiedere nulla in cambio, vestendosi di brillantezza nella loro effimera e anonima esistenza. Due naufraghi che galleggiano in mezzo alle amarezze della vita, che non sanno chi sono e non possono ottenere risposte, che inventano se stessi giorno dopo giorno, amando e odiando ogni singolo istante, urlando a gran voce contro un destino ingrato che non li ha voluti considerare, aggrappandosi l’un l’altra, proprio come corpuscoli di plancton, arrabbiati con il mondo, ma decisi ad illuminarlo con la propria luce.
Il viaggio, che è da sempre metafora di ricerca del significato della propria esistenza, è perfettamente calzante in questa loro scapigliata storia d’amore, che accelera il ritmo del percorso per decelerare quello della vita, come soffermandosi ad incastrare ricordi e pensieri dietro il finestrino di un auto. Si cercano e si perdono, tentano di separarsi e si ricongiungono, si amano e si feriscono, senza mezze misure, con tutta la loro più spigolosa e acre autenticità, consci di non dover dimostrare qualcosa che non sono, pronti a spogliarsi delle maschere sociali per essere se stessi. Si tratta di un viaggio spaziale e temporale: girano il territorio, ma passano anche da un mese all’altro, dall’afa della stagione estiva al freddo della neve invernale, dalle località più affollate e abitate al deserto di ghiaccio che accoglie il loro abbraccio finale.
“D’ora in poi, non fissare più alcun tipo di obiettivo nella tua vita. Se perdi la strada mentre corri verso un obiettivo, questo ti allontana da tutto il resto”.
E, come il viaggio è metafora della ricerca di Hae-joo e Jae-mi, lo stesso viaggio ritrova in qualche modo anche gli altri personaggi di questo dramma unico, sospeso a metà tra la dark comedy e la tragedia, mai banale e mai prevedibile, come non sono banali e imprevedibili gli esseri umani con tutte le loro meravigliose e incongruenti sfaccettature: Eo Heung ritrova la fiducia in se stesso, il coraggio che deriva dalla comprensione, la forza che trascende dalla mitezza; Gi-ho e Bongsuk ritrovano il valore delle piccolezze della vita e l’importanza dei ricordi e degli affetti; Chae Yeong-jo ritrova la bellezza di perdonare nella sofferenza condivisa. Ma, soprattutto, capiscono tutti che amare incondizionatamente è sempre una buona scelta, al di là di qualsiasi punto finale la vita possa imporre.
Perché, alla fine della vita, non ci sarà chiesto se abbiamo raggiunto tutte le mete, ma di colore è il cielo nella meta finale.
“Questo è il mio sogno. Disteso per strada, a guardare il cielo blu abbagliante mentre esalo il mio ultimo respiro. Sarebbe fantastico”.
Laura
Come suona la recensione?

Una recensione sentita e molto toccante, un viaggio nel dolore dei protagonisti. Personalmente è un drama che ho guardato piano piano perchè ogni episodio era una prova con me stessa, una prova e una immersione nella sofferenza dell’anima umana. Grazie per questa recensione, sei riuscita a estrapolare quel dolore, prezioso, sentito, raccolto in una distesa di neve dove il grido si perde nell’infinito o forse si insinua nel silenzio della montagna in un ultimo abbraccio.
"Mi piace""Mi piace"