“Nell’anno V del Bufalo Rosso [1577] a Cheongchuk apparve una cometa di colore giallo che lasciò una lunga striscia nel cielo. Apparve fin dall’autunno e non scomparve neanche all’arrivo dell’inverno, e quell’anno la nebbia fitta si spandeva ogni giorno e il cielo era scuro. Qualcuno disse: ‘La cometa è diventata nebbia e si è diffusa’”.
Per tutti gli appassionati di storia e cultura coreana, non è facile ricavare notizie del paese del lento mattino in altre epoche, quando ancora sembrava la tigre nascosta, quasi la bella addormentata d’Oriente, così difficilmente accessibile agli occidentali, ma anche isolata agli stessi orientali. Tuttavia, esiste un modo per immergersi ed entrare a fondo nel mondo coreano, accompagnati da un mecenate d’eccezione come Yu Mongin (in hanja 柳夢寅; in hangul 유몽인), narratore, storico, filosofo, calligrafo, figura di corte e raccoglitore di leggende, grazie alle cui opere è stato possibile ricostruire l’epoca Joseon con i suoi racconti, ma anche con le sue regolari ritualità.
Nato nel 1559 da una famiglia di nobili e letterati (pur senza vantare grandi avi illustri) e dimostrando già un’enorme passione per le lettere e la filosofia, oltre che una profonda conoscenza dei canoni confuciani, Yu Mongin si preparò da autodidatta per l’esame di Stato nel 1582, riuscendo ad arrivare al massimo grado di funzionario civile nel 1589, a soli 31 anni (per l’epoca, inaspettatamente presto, considerato la difficoltà di tali esami), durante il regno di Seonjo (1567-1608). Per questo motivo, venne accolto a corte con tutte le lodi dei più alti funzionari, finendo per studiare con il maestro Seong Hon, filosofo confuciano e poeta di altissimo livello, e per servire come Ministro dei Riti (anche detto Yejo Panseo). Ma il suo nome divenne noto soprattutto durante la prima invasione giapponese (cd. guerra Imjin del 1592-1596), quando Yu Mongin riuscì a dimostrare anche doti di eloquenza e di diplomazia, distinguendosi come ambasciatore presso l’impero cinese Ming, e durante la seconda invasione giapponese (cd. guerra Jeongyu del 1597-1598), quando tornò alla corte Joseon, servendo come censore.
Nonostante fosse all’apice della sua carriera, diversi problemi familiari e di salute lo richiamarono a casa, convincendolo ad autoritirarsi in isolamento, studiando, insegnando e scrivendo. Probabilmente, questa decisione è stata maturata anche in seguito ad una crisi interiore nello stesso Yu Mongin, fondamentalmente uno spirito libero, riflessivo e solitario, che spesso mal si conciliava con le abitudini simulate e affettate della corte Joseon e che il più delle volte contestava la politica di diversi ministri. Quasi certamente è a questo periodo che risalgono le prime parti delle sue monumentali opere, riprese, poi, in mano, quando, dopo un breve periodo di ritorno a corte come segretario reale, Yu Mongin decise di ritirarsi totalmente a vita privata in un monastero buddista sul monte Geumgang, in pieno e irrecuperabile dissenso con il regime di Joseon. Tale dissenso sarà particolarmente evidente nel 1622, quando, in seguito a un colpo di Stato, prese il potere Re Injo e Yu Mongin cadde vittima delle sue purghe e del suo terrore: accusato di aver preso parte alla congiura di re Gwanghaegun (deposto nel 1623 e mandato in esilio) e, quindi, di alto tradimento, fu condannato a morte nel 1623.
Nel periodo del suo isolamento, nacquero “Eoudupyeong“, una raccolta di poesie, ad imitazione dello stile lirico della poesia cinese di Du Fu, e “Pirwonbeopcheop”, una raccolta di storie edificanti che riprendono le massime antiche – opere andate perdute -, ma soprattutto nacquero due delle più grandi opere della letteratura coreana, “Eoujip” e “Eouyadam“, meglio nota come “Ou yadam“. La prima opera , originariamente concepita come un libro di 50 capitoli di prosa e 30 capitoli di poesia, è stata pubblicata dai monaci del santuario di Yeongun, presso cui si era ritirato Yu Mongin, in 40 capitoli totali, suddivisi in due parti, contenenti sia componimenti poetici che brani di prosa, tutti senza titoli specifici, perché rubricati solo sotto nomi dei luoghi dove le composizioni sono nate.
“Ou yadam” (어우 야담), in traduzione italiana “I racconti di Ou”, è ritenuta oggi il suo capolavoro indiscusso, oltre che uno dei capolavori assoluti della letteratura coreana, sia per lo stile, che per il contenuto, entrambi di un’originalità incredibile. Il libro, infatti, si propone come uno “yadam“, ovvero una storia o una raccolta di storie non ufficiali, utilizzando un termine che è tipico più della narrazione storica orale, che della storiografia codificata. In questo modo, Yu Mongin riprende un genere già diffuso da secoli in Cina – ed esportato altrove in Asia orientale -, ovvero quello dello “yaram/yadam“, che, seguendo il flusso della narrazione orale e, quindi, corale e multifocale, si sviluppa come una miscellanea di testi diversi, che possono comprendere il racconto classico, la cronaca, la fiaba, la leggenda, ma anche l’aneddoto, gli stralci biografici, fino a feroci pamphlet critici di natura politica e morale. L’autore, così, si sente libero sia nel contenuto che nei generi e nello stile adoperati per narrare di storia comune (o, meglio, di storie comuni), di piccoli frammenti in grado di ricostruire una storia molto più generale ed ignorata dalle cronache di corte: quella del suo popolo o, come ama definirlo lo stesso Yu Mongin, del popolo del “Paese di Mezzo”, dando voce ad una polifonia di sentimenti e di emozioni. L’obiettivo di Yu Mongin è ricostruire, attraverso la storia (o le storie), il comune sentire del suo popolo, andando a testare mano a mano la sua cultura più profonda e la sua tradizione più atavica, che ha origine in radici che si perdono nel tempo, ma che hanno la capacità di illuminare quelle caratteristiche proprie del suo popolo e della sua resilienza di fronte alla Storia, quella nota meravigliosa che nessun sovrano di Joseon può, in qualche modo, cambiare. La libertà dovuta alla mescolanza di generi e la traccia scorrevole tipica dell’oralità influiscono anche la lingua usata dallo stesso autore, che passa agevolmente da un registro più altisonante e quasi epico, a quello tipico dei canti e delle ballate popolare, dal cinese degli hanja utilizzato per i documenti ufficiali, al coreano puro scritto in semplice hangul della gente comune. Una caoticità ordinata e voluta che risalta ancor meglio nell’intento dell’autore: laddove i governanti falliscono e creano solo regimi dispotici e di terrore, rimanendo distanti dai reali problemi della popolazione, Yu Mongin compie un passo decisivo, stando con la povera gente, cogliendo la bellezza e la genuinità delle loro storie, ma portando anche le proprie riflessioni maturate dopo una vita a corte.
Il libro è diviso in una parte “sugli affari umani”, una parte “sulle religioni”, una parte “sull’accademia”, una parte “sulla società”, una parte “sugli animali” e, infine, una parte “miscellanea”. Le divisioni, tuttavia, sono solo dei grandissimi campi semantici, visto che in ogni gruppo trovano posto prose, poesie, racconti e aneddotiche allo stesso modo.
Il libro inizia con il racconto di quando il fratello dell’autore, Yu Mongung, salvò la madre da morte certa, così continua con esempi di uomini e donne di elevato valore e virtù (così i coraggiosi fratelli Song o la gisaeng Kim Unha che uccise gli invasori giapponesi), ricorrendo allo stratagemma della testimonianza diretta e indiretta (cosa che nella storiografia dell’antica Grecia era stata la caratteristica di Erodoto): i fatti sono stati visti dall’autore stesso o sono stati uditi per tramite di una testimonianza di persone che li hanno visti o li hanno uditi da altri testimoni, e via dicendo, in una sottile rete umana di narrazione orale, che mette sullo stesso piano fatti presumibilmente veri con fatti leggendari che la narrazione ha fatto diventare quasi veri sulla base del criterio della verosimiglianza.
Attraverso questa miscellanea di brani diversi, Yu Mongin ricostruisce a sua volta la sua vita, il suo operato come funzionario reale e la sua personalità, che si staglia chiarissima nei commenti, disseminati ovunque per il testo (ma anche in alcuni fatti personali narrati, come quando racconta il suo successo letterario e poetico in Cina) e che, nonostante il tempo trascorso, sembra sempre attuale. Ne emerge uno Yu Mongin, che, come uomo del suo periodo e funzionario di Joseon, è un profondo conoscitore del suo paese, ma anche un aspro critico di quelle rigidità che limitavano l’umanità delle persone e portavano ad inutili autocelebrazioni di una classe corrotta (si veda la parte sui fantasmi e sulla nuova classe di arricchiti, con tratteggi di macchiette degne da teatro dell’arte) e alla miseria sempre più pregnante della popolazione (efficacissimi sono i racconti della popolazione ridotta allo stremo a causa delle guerre col Giappone e condannata anche ad atti di cannibalismo).
La condanna subita dall’autore ha portato con sé anche l’oblio e la damnatio memoriae, che ha colpito il suo consistente lascito letterario, fino al ripristino del suo nome nel 1795 per merito di re Jeongjo (1752-1800), per intenderci il re ritratto da Lee Jun-ho nel k-drama “The Red Sleeve“, che lo nominò ministro postumo e ordinò il recupero di tutte le sue opere, tra cui l’enorme patrimonio lasciato nel suo “Ou yadam“, visto non solo come raccolta di storie, ma anche come base per ricostruire le tradizioni e la cultura del popolo coreano.
Ad oggi, si ritiene che la raccolta più completa e più vicina all’originale “Ou yadam” sia la Raccolta di Manjongjaebon, pubblicata nel 1964 da Yu Chehan, un discendente di Yu Mongin. Sulla base di quest’ultima, si è svolto il lavoro minuzioso e accurato della prof.ssa Antonetta Lo Russo, che ha ricostruito e tradotto in italiano i testi che compongono “Ou yadam“, restituendo l’originalità della composizione di Yu Mongin, ma anche quella voce corale del popolo coreano, che l’autore ha inteso raccogliere.
Laura
Note bibliografiche:
– Yu Mongin, “I racconti di Ou”, a cura di Antonetta L. Bruno, Carocci editore, Roma 2019
– Voce “Yu Mongin” presso la Digital Library of Korean Literature al link https://library.ltikorea.or.kr/writer/201037
