“La bicicletta può essere solo un simbolo materiale, ma è anche il simbolo della Cina”.
C’è un’età in cui cresciamo, ci sentiamo più grandi e maturi, infinitamente più colti di coloro che consideriamo più giovani, ma anche in difetto e in desiderio di apprendere di più per raggiungere coloro che consideriamo più adulti. Di solito, è l’età in cui ci si appresta a nuove conoscenze e nuove letture e si scopre il cinema con un occhio autoriale, che prima non si era mai notato, forse perché più affannati ad enumerare i blockbuster visti e rivisti. Per ognuno, quest’età cade in modo diverso e variegato. Per me è arrivata presto, quando ero ancora pre-adolescente e iniziai ad informarmi della scuola neorealista italiana, conoscendo registi come De Sica e Rossellini e iniziando ad innamorarmi delle vecchie pellicole in bianco e nero (che il mio animo vintage ama tuttora). Ed è durante quell’età e quel primo approccio al cinema d’autore, che feci la mia prima conoscenza con la grande scuola cinematografica cinese, scoprendo un piccolo film che faceva della narrativa neorealista il suo punto forte: “Le biciclette di Pechino“.
Onestamente, non so nemmeno come fossi incappata in questa pellicola o se ne avessi già sentito parlare da qualche parte, ma ricordo ancora l’emozione e l’incanto di quella visione, di quei due protagonisti, non molto più grandi di me, decisi a vivere i propri sogni nella nuova Pechino degli anni 2000, quella dell’ascesa economica e della corsa frenetica per raggiungere il successo, che sia scolastico o lavorativo, ma anche quella dei desideri di speranza e di indipendenza, quei desideri che le generazioni passate non sono state in grado di provare in pieno, e soprattutto la Cina dell’individualità, che spicca sulla folla, come una corsa in solitaria in bicicletta.
“Voglio solo correre sulla mia bicicletta”.
Il diciassettenne Guei (interpretato da Cui Lin) arriva a Pechino dalla campagna in cerca di fortuna. Come tanti altri giovani provenienti dalla Cina rurale nella capitale del nuovo benessere economico, Guei trova impiego come corriere e gli viene affidata una bicicletta, come unico mezzo per attraversare la città e fare tutte le consegne. La bicicletta, naturalmente, appartiene alla compagnia presso cui lavora Guei, ma viene data la possibilità a tutti i corrieri di acquistarla, qualora, dopo i primi mesi di impiego, dimostrino di lavorare bene, con tempi ottimi ed eccellenti consegne, e siano in grado di riscattarla, detraendo una percentuale dalla sua paga. Per Guei riuscire a comprare quella bicicletta non è solo un sogno, ma è anche un cambio vero e proprio di vità, come essere accettati nel mondo urbano e, quindi, in una società a cui aspirava ad entrare da tempo. Per questo motivo, lavora sodo dal mattino alla sera, senza mai fermarsi, e accetta tutte le consegne, anche le più complicate e fuorvianti, senza mai rifiutare, con un ritmo e una perseveranza che nessuno dei suoi colleghi riesce ad avere. E, finalmente, arriva il giorno in cui può riscattare quella bicicletta e fare il suo ingresso nel mondo adulto, ma anche nella società di chi lavora e guadagna, togliendosi di dosso la polvere della campagna e aspirando allo stato di benestante. Solo che, quando ha accumulato tutti i soldi necessari, qualcuno improvvisamente gli ruba la bicicletta.
Anche Jian (interpretato da Li Bin) ha diciassette anni, ma, a differenza di Guei è nato e cresciuto nella caotica Pechino piccolo borghese, destinato dai genitori agli studi per poter aspirare ad una vita migliore e dimostrare il proprio valore. Fatica a scuola ogni giorno per far capire al padre che i suoi sforzi non sono inutili e che ha tutte le carte in regola per andare avanti, sperando che il padre un giorno si ammorbidisca nei suoi confronti e gli dia i soldi per comprarsi una bicicletta. Sembra che per uno che è già nato in una società rurale e in una famiglia abbastanza benestante, anche se non ricca, la bicicletta non rappresenti il raggiungimento di un benessere socio-economico, eppure ha una valenza culturale ancora più intrinseca e simbolica: con la bicicletta Jian può ottenere rispetto dai coetanei, può dimostrare che la sua famiglia ha sufficienti soldi per provvedere ai suoi bisogni, può essere autonomo e indipendente, muoversi dove vuole e conquistare la ragazza di cui è innamorato, Xiao (Gao Yuanyuan). Quando è convinto che i suoi sforzi scolastici siano stati sufficienti per farsi regalare una bicicletta dal padre, i genitori gli annunciano che non ci sono soldi per spese simili, visto che hanno deciso di investire anche sull’educazione della figlia minore Rong Rong (Zhou Fanfei), perché solo un alto grado di istruzione può garantire un salto sociale all’intera famiglia, dando ai figli un futuro migliore. Solo che Jian è, comunque, un adolescente e a quell’età non si scende a compromessi, ma si aspira all’assoluto. Così, ruba dei soldi di nascosto dai genitori e va da un amico rigattiere che vive sulla strada e vende cose di seconda mano. Ed è così che fa la conoscenza con la bicicletta protagonista del film, rubata tempo prima a Guei e ancora in ottimo stato.
Mentre Guei percorre sconsolato la sua Pechino dei vicoli e dei cortili polverosi e intersecati in cerca della bicicletta perduta, Jian sfreccia per i viali soleggiati e pieni di traffico della sua Pechino, mostrando la sua nuova bicicletta e, in qualche modo, i due s’incontrano e collidono fra loro, come due litiganti innamorati della stessa donna. Guei approfitta delle pause scolastiche di Jian per sottrargli la bicicletta di nascosto, mentre Jian cerca l’aiuto degli amici per reclamarne il possesso e la proprietà e mettere in minoranza Guei.
Quando la faida tra i due per le strade di Pechino, sembra non avere una soluzione, Guei e Jian decidono di dividersi la bicicletta, un accordo tra la vecchia Cina della campagna e quella moderna dell’economia cittadina, e di usarla entrambi per i propri motivi, salvo scoprire che sono molto più simili di quanto non credevano e che possono allearsi di fronte a coloro che tentano di strappare loro quell’insperato simbolo di libertà.
La pellicola “Le biciclette di Pechino” (in originale 十七歲的單車, che significa letteralmente “La bicicletta di un ragazzo di diciassette anni”) uscì al cinema nel 2001 e venne presentato in anteprima al Festival del Cinema di Berlino, dove vinse l’Orso d’argento per il miglior film e il Gran Premio della Giuria come migliori nuovi talenti per i due giovani attori protagonisti, segnando la fama internazionale del regista e sceneggiatore Wang Xiaoshuai, appartenente alla Sesta Generazione del cinema cinese. Fedele ai principi della sua scuola cinematografica e in continuazione con la generazione precedente, Wang Xiaoshuai parte dal mondo della gioventù, da cui spesso gli adulti rimangono distanti e indifferenti, per esplorare la Cina del cambiamento e delle divisioni sociali, della nuova urbanizzazione e della modernità economica selvaggia, ma senza mai perdere come punto di riferimento l’aspetto umano. Le trasformazioni della società e della cultura cinese si proiettano negli occhi di coloro che ne sono involontari e diretti testimoni, come Guei e Jian, consci che sono destinati a vivere un periodo differente rispetto a quello dei genitori, dove la società chiede loro di dimostrare e di apparire, prima ancora che di essere, di trovare una propria posizione con quel simbolo della bicicletta, da sempre mezzo di trasporto per eccellenza in Cina e, quindi, ora simbolo del nuovo benessere da conquistare e ostentare.
Il film s’ispira chiaramente alla scuola neorealista italiana e, in particolare, alla pellicola “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, dove la bicicletta era simbolo di benessere, di lavoro e guadagno, ma anche di accettazione nella società. Alcune scene sono costruite prendendo passo passo non solo la pellicola d’ispirazione, ma anche diversi altri titoli neorealisti italiani, come il finale con Guei che si carica la bicicletta sulle spalle, dopo aver lottato contro una gang di strada e il piano sequenza sui suoi occhi, pieni di coraggio e di lacrime inespresse, che sembra costruito sullo stile di “Sciuscià“.
Pur non ricorrendo ad una fotografia in bianco e nero, anche la pellicola di Wang Xiaoshuai è girata rispettando alcuni crismi del cinema neorealista, che, poi, diventeranno propri anche di diverse scuole cinematografici indipendenti: il ricorso ad una fotografia realista e cruda, a tratti abbagliata dai raggi di sole, a tratti confusa nel grigiore metropolitano, resa benissimo da una 16 mm a basso budget; la decisione di non isolare i rumori circostanti, dando l’impressione di una cronaca quotidiana o di un documentario, ma costruendo spazi di silenzio lirico, dove la musica scelta accompagna perfettamente i pensieri e le emozioni dei protagonisti; la scrittura di una sceneggiatura ricca di scene, ma con dialoghi scarni, affidando alla recitazione degli occhi e all’improvvisazione mimica degli attori (soprattutto dei più giovani) il messaggio portante, mentre rimangono depositari di dialoghi spesso vuoti solo gli adulti; la scelta di attori non professionisti, che non recitano, ma vivono il set giorno per giorno, incarnando la forza emotiva dei propri personaggi.
Piccola curiosità: il film fu censurato in Cina per una banalità burocratica, perché il regista, che voleva presentare la pellicola in tempo per il Berlinale, non aveva fatto in tempo a finalizzare tutto il lungo procedimento di revisione richiesto in patria. Tuttavia, tre anni dopo, venne consentita la ripresentazione e la distribuzione nelle sale cinematografiche cinesi, anche se con un titolo più breve che suona come “Bicycle“.
Come suona la recensione?
Laura

Film molto bello, ricordo ancora la prima volta che l’ho guardato in tv. Bellissima recensione ❤️
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Grazie mille! E’ un vero neorealismo.
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