Ricordo ancora quando uscì nelle sale cinematografiche in Italia, ai tempi ero piccola e lo recuperai in televisione alcuni anni dopo, ma già alla prima visione fu innamoramento a prima vista. Era quella piccola storia intrisa di poesia e lirismo dove il silenzio, le luci filtrate dalle tende o dalle ceste di legno, il suono dei tasti di un pianoforte e il fruscio dei fogli sui quali una timida penna sta scrivendo, ti trasportano verso una dimensione piacevolmente lontana dove mente e pensiero possono riposare.
“Il profumo della papaya verde” è un capolavoro di armonia tra natura, oggetti ed esseri umani che abbandonano i propri sentimenti ed emozioni al silenzio che racchiude nella casa ogni loro sensazione.
La storia si svolge a Saigon (Vietnam) nel 1951, Mui (Lu Man San) è una bambina di dieci anni che arriva dalla campagna per lavorare come cameriera nella casa di una famiglia benestante, qui viene affidata alla cura della vecchia domestica Ti (Nguyen AnhHoa) che insegna alla piccola i segreti della cucina e le regole del buon comportamento. La padrona di casa che gestisce un negozio di stoffe è sempre molto inquieta e agitata a causa dei comportamenti del marito sempre assente che la lascia sola con tre figli e con il ricordo triste di una figlia piccola scomparsa prematuramente. Mui le ricorda un po’ la sua piccola bambina per la sua dolcezza, la sua sensibilità, ma la tranquillità in quella casa termina presto, quando il marito scappa con i risparmi da sperperare e in un secondo momento si ammala e muore.
Mui, così giovane, inizia a rapportarsi con il mondo e con gli umori mutevoli delle persone e così cresce in un silenzio armonioso e percepisce con grazia ogni piccolo soffio che la natura dona ogni giorno.
Dieci anni dopo, Mui (che ha ora il volto di Trần Nữ Yên Khê) ha vent’anni e la padrona, sempre in ristrettezze economiche, accetta di mandarla a lavorare da Khuyén, un pianista, amico del figlio maggiore. Khuyén (Vuong Hoa Hoi) è fidanzato, ma il rapporto con la promessa sposa si è già logorato da tempo, il ragazzo trascorre molte ore a pianoforte e l’arrivo di Mui, con la sua silenziosa presenza, diventa sempre più importante per lui. Khuyén insegna alla ragazza a leggere e a scrivere e, per ogni tratto scritto o parola letta, un tasto del pianoforte con la sua musica sembrerà scandire il tempo nei pomeriggi caldi d’estate in un perdersi tra i colori e le luci percepite dagli occhi dei due protagonisti, dalla mitezza di Mui alla malinconia di Khuyèn. Il sentimento tra i due ragazzi crescerà piano piano, come l’albero di papaya nell’orto dietro la cucina, testimone del tempo che passa. La papaya che è legume e frutto, a seconda della stagione, quando è ancora verde è un legume, quando, invece, è matura è considerata frutto.
Alla papaya, che è anche l’immagine lirica della storia e che è come la protagonista, è dedicato il titolo del film. Il regista, Tran Anh Hung, che gira in modo poetico e contemplativo, una storia di formazione al femminile, ha scelto la papaya che evoca i ricordi d’infanzia, la vita domestica, la nostalgia e il calore di casa, anche nei rituali culinari della preparazione della papaya.
Il regista ha cercato di ricreare in studio la casa tipica vietnamita, negli spazi, nelle luci, nei colori e lascia a Mui uno dei personaggi femminili più belli della storia del cinema, una ragazza che vive in piena armonia con gli oggetti, con gli animali, con le piante, in lei scorre una linfa vitale che trova nella natura un luogo di rifugio e che, per percepire pienamente la sensazione di perfezione, impara a leggere e a scrivere e coinvolge nel suo mondo gentile Khuyén che si innamorerà della discrezione raffinata, e della sensibilità contemplativa di Mui.
“Il profumo della papaya verde” è un film del 1992 che ha vinto la sezione “Un Certain Regard” a Cannes nel 1993 e ha ottenuto una candidatura all’Oscar come miglior film straniero, un capolavoro che affascina anche a distanza di anni per l’attenzione ai dettagli, la fotografia e la tecnica usata, una cornice nella cornice per entrare nelle stanze della casa, in silenzio, in punta di piedi, per non disturbare.
Gli ultimi fotogrammi del film con la lettura finale di Mui, che ormai è padrona della scrittura e delle lettere, è un tocco di poesia, sembra di sentire insieme alle parole i ritmi dell’acqua, l’incedere della primavera, i ciliegi simboli di una natura immortale e armoniosa e una dolce melodia a pianoforte.
L’acqua di primavera che riempie un incavo di una roccia, sfiorata, trema dolcemente.
La vibrazione della terra ha fatto nascere delle onde possenti che scontrandosi hanno formato sulla superficie onde regolari, senza increspature.
Se esiste un verbo che significa “agitare armoniosamente” dovrebbe essere usato in questo caso.
I ciliegi, immersi nell’ombra, si schiudono e si raccolgono. Si toccano e fluttuano al ritmo dell’acqua.
Ma l’aspetto saliente è che, qualunque cosa avvenga, il loro aspetto di ciliegi resterà inalterato.
Grazia
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