“Every lesson comes with pain. Us, humans, can’t get anything without sacrifice”.
D.P. non è una serie semplice e per nostro consiglio sarebbe meglio guardarla tutta di seguito, sebbene sia composta da una prima parte di sei episodi e da una seconda parte sempre di sei episodi. Un pugno allo stomaco che ti frastorna e ti butta a terra e da cui ti rialzi con un sapore amaro in bocca. Eppure, è una delle serie drammatiche più belle mai create (non solo nell’universo dei drama), dura e fredda come piombo, ma con una celata e dirompente umanità che ti arriva dritto al cuore e risale fino agli occhi in pianto. Non è una visione leggera, ma è una visione doverosa, che stimola a pensare e a denunciare i mali della società – in generale – e della vita militare, sottoposta ad abusi e oppressioni – nel particolare.
Protagonista della storia è il soldato Ahn Jun-ho (interpretato da Jung Hae-in, Something in the Rain, One Spring Night, Connect, Snowdrop, A Piece of Your Mind), il cui nome, soprattutto nella prima parte della serie, verrà ripetuto talmente così tante volte, che non potremo dimenticarlo (“Soldato/ Ahn/ Jun/ Ho” – scandito dalla risposta all’ordine militare). Capiamo da subito che Ahn Jun-ho non è entusiasta di arruolarsi, proviene da una famiglia difficile dove ha dovuto lottare fin da piccolo e ha già vissuto condizioni disagevoli e prove ai margini della società, facendo i conti con ogni centesimo per sopravvivere. L’ambiente che trova in caserma sembra una continuazione della sua vita dura e priva di felicità, anzi, da subito, capisce che dovrà lottare per non farsi calpestare e per riuscire a uscire vivo dal periodo di arruolamento.
Le sue abilità, la sua tenacia e la capacità di osservazione vengono, però, notate dal sergente Park (Kim Sung-kyun, Weak Hero Class) che, con l’assenso del capitano Lim Ji-sup (Son Seok-ku, My Liberation Notes, Designated Servivor: 60 Days), lo sceglie per unirsi al dipartimento D.P. (Deserter Pursuit), specializzato nel rintracciare i disertori dell’esercito. Per la recluta Ahn Jun-ho unirsi al dipartimento D.P. sarà una svolta nella sua vita e lo porterà a prendere contatto con un mondo che non conosceva e ad “empatizzare” con i soldati che avrà il compito di ricercare per riportare nell’esercito. Nella ricerca sarà affiancato dal caporale Han (interpretato dal bravissimo Koo Kyo-hwan, Avvocata Woo, One Day Off, Escape from Mogadiscu), un ragazzo stralunato e intuitivo che sembra comunicare perfettamente il suo linguaggio astratto ad Ahn Jun-ho, ed entrambi saranno coinvolti in un vortice emotivo che li condurrà a scoprire il lato oscuro dell’esercito e a capire quali motivazioni spingono i soldati a disertare. Ad impreziosire il cast anche Go Kyung-pyo (Connect, Chicago Typewriter), Shin Seung-ho (Alchemy of Souls, Weak Hero Class), Won Jin-a (Heartbeat), Cho Hyun-chul (giustamente premiato al Baeksang per la sua interpretazione nella prima stagione), Lee Sul (One Ordinary Day) e nella seconda stagione Kim Ji-hyun (39) e Ji Jin-hee (Designated Survivor: 60 Days, Move to Heaven).
Giacché è difficile parlare di una serie che intreccia discussioni di critica sociale e politica (soprattutto, nell’arringa del capitano Lim nella seconda stagione), commiati tristi e paternali (lo sguardo del sergente Park non si dimentica facilmente), oppressioni che rimescolano l’animo, piccole storie di dolore, a prima vista divisa tra loro, incastrate, come in una tela, all’interno di una storia ancora più grande e dolorosa, ma anche siparietti ironici e una solida e vera fratellanza tra i due protagonisti (e tra i loro due superiori), abbiamo deciso di dare spazio ad un’intervista doppia, confrontando le opinioni delle due spettatrici, Grazia e Laura, senza, però, rivelare troppi spoiler. Perché D.P., che è tratta dal webtoon “D.P Gaeui Nal” di Kim Bo-tong, il cui titolo inglese letteralmente è “D.P Dog Day“, è una lunga giornata vissuta intensamente e affannosamente (come diceva un vecchio film, è quasi “un pomeriggio di un giorno da cani”), dove il verde militare della divisa e il blu della notte buia e priva di stelle si mischiano con la luce di un fuoco acceso per caso e il rosso della disperazione.
=Grazia=
SOTTOTITOLO: “Da quando sono arrivato qui ho conosciuto tantissime persone. Anch’io ho detto addio a molte persone. Si ricorderanno di me? Me li ricorderò?” – Soldato An Junho e “C’erano così tante cose che volevo fare dopo essere stato dimesso. Allora perché non riesco a ricordarne nemmeno una?” – Caporale Han Ho Yeon. Per me queste due frasi, pronunciate dai due protagonisti all’interno della serie, caratterizzano e sintetizzano il viaggio emotivo e interiore che i personaggi di questa storia vivono nel loro percorso formativo nell’esperienza di arruolamento militare, che non è solo un periodo della propria vita, ma uno sconvolgimento che porterà a dei cambiamenti della loro persona, del loro approcciarsi con l’esterno, con gli altri e soprattutto con se stessi.
IMPRESSIONI A CALDO: D.P. non è solo una serie drammatica che parla della vita militare, ma esplora gli aspetti più bui e delicati della vita dei soldati nei due anni di arruolamento, riuscendo a trasmettere allo spettatore ogni loro sensazione, ogni titubanza, paura, timore, così che lo spettatore stesso vive il dolore e l’angoscia provata non solo dai protagonisti, ma da ogni personaggio, anche di comparsa, che ogni episodio propone. D.P. è un continuo equilibrio tra azione e dramma, si tratta di una serie che denuncia le sopraffazioni e le violenze subite da alcuni soldati durante la vita militare che dovrebbe essere un’esperienza comune, ma che in realtà si trasforma in un incubo per via degli atti di bullismo e di terrore, atti che vengono tacitati e nascosti, ma che sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare. Questa serie ha il merito di scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora e, così facendo, di affrontare la tematica della salute mentale perché per me D.P. è in primo luogo un drama che parla di salute mentale e tratta questo argomento con profonda umanità e sensibilità pur non tralasciando scene e immagini crude che, però, comunicano maggiormente il messaggio. Quasi ogni episodio è un pugno allo stomaco, ma allo stesso tempo un grumo di lacrime e amarezze, è un prendere coscienza dell’ingiustizia, della paura e, come viene affermato all’interno del drama, è un “cercare di rispondere ad una domanda senza risposta”.
PERSONAGGIO PREFERITO: Sono molti i personaggi che ho apprezzato in questo drama, a partire dai protagonisti: il soldato Ahn Jun-ho (Jung Hae-in, che non sorride mai in tutta la serie, ma ci regala una interpretazione matura e profonda), proviene da una condizione familiare disagiata, all’interno della storia spiega di aver imparato a tirare di boxe per difendersi da un padre violento. Il soldato Ahn Jun-ho passa da scatti di collera, che cerca di inghiottire in molte occasioni durante il servizio militare, a momenti di immensa empatia. Far parte del reparto D.P. è per lui un’esperienza che lo aiuta ad accettare e ad affrontare i propri mostri interiori, tentando di percepire le paure dei disertori e capendo cosa li spinge a prendere determinate decisioni. Il caporale Han Ho-yeol (Koo Kyo-hwan), collega e mentore del soldato Ahn Jun-ho, ho adorato il suo personaggio, un finto sociopatico che mostra esuberanza e stramberia quasi come autodifesa, ma che in realtà è il primo che si lascia coinvolgere dall’esperienza drammatica dei disertori e dei soldati sofferenti attorno a lui, vive intensamente ogni emozione che percepisce a tal punto da andare in profonda crisi dopo un evento molto drammatico che lo trascina in un baratro di angosce, isolandosi dal mondo, anche perdendo per dei momenti l’uso della parola. Moltissimi altri personaggi da ricordare e che caratterizzano il meraviglioso cast di questa serie, dal sergente Park Beom-gu (Kim Sung-kyun) al capitano Im Ji-sup (Son Seok-koo) che, soprattutto nella seconda stagione della serie, emergono maggiormente e che riusciremo ad apprezzare nel gioco di squadra e nella coerenza del loro comportamento.
PERSONAGGIO PIU’ ODIATO: Due personaggi che ho odiato per di più nella prima stagione, il soldato Hwang Jang-soo (interpretato da Shin Seung-ho) che capeggia atti di nonnismo in caserma ai danni dei nuovi commilitoni e il caporale Park Sung-woo (interpretato da Go Kyung-pyo), primo mentore del protagonista Ahn Jun-ho, personaggio menefreghista che si disinteressa delle sofferenze attorno a lui, completamente diverso dal caporale Han. Più sono andata avanti con la visione del drama, però, più ho capito che la vera antagonista è la frase ripetuta più volte all’interno della storia: “Ogni lezione arriva con dolore”, una frase che cerca di giustificare ogni atto aggressivo presente o futuro, ogni comportamento violento e ogni atteggiamento o tortura mentale oltre ogni limite che possa, però, “addestrare disumanamente” le persone all’apparenza più forti e spazzare via le persone che si trovano catapultate in un ambiente frustrante e nel quale la loro sofferenza può trasformarsi rapidamente in follia.
COMMENTI SPARSI: Non avrei mai immaginato di recuperare questa serie, temevo, infatti, che la violenza descritta potesse farmi scombussolare e farmi bloccare la visione da un momento all’altro, invece, pur mal digerendo alcune scene, in particolare nella prima stagione, mi ha fatto piangere moltissimo, sono rimasta coinvolta emotivamente in ogni situazione descritta, per ogni vita sofferente, per ogni madre o sorella che chiedeva giustizia, devastata dalle solitudini descritte e dalle reazioni umane che ogni persona, in un particolar momento della propria vita, può inaspettatamente avere nei confronti della società e di se stesso.
=Laura=
SOTTOTITOLO: “E’ giusto che un uomo uccida qualcuno perché ha subito abusi brutali? No, non credo. Ma un uomo merita di morire perché ha commesso qualcosa di simile? Di certo, no, non lo merita. (…) Eppure, è successo e i responsabili siamo noi come Stato, noi che non siamo riusciti a proteggere i nostri figli. Ce li hanno affidati e li abbiamo fatti morire” – Captain Lim Ji Seop e “Se le nostre mani sono legate, chi può trattare queste cose?” – Soldato Ah jun-ho. Sarebbero tantissime le frasi e i momenti da citare all’interno di questo drama, ma vorrei evidenziare queste due frasi: la riflessione meditativa del Soldato An Jun-ho, quella ferita profonda che porta dentro l’anima e che si allarga sempre di più, tanto da trasparire in ogni momento nel suo sguardo (emblematico, quando si allontana dalla base militare); il j’accuse del Capitano Lim Ji-seop in tribunale nei confronti di uno Stato che non si cura dei propri figli e che li lascia morire in preda all’indifferenza e alla mortificazione e, poi, li colpevolizza, per riprendere un’immagine de “I Miserabili” di Victor Hugo, caricando di responsabilità il colpo di fulmine, senza chiedersi chi ha ammassato le nubi.
IMPRESSIONI A CALDO: Si sale e si scende, in un vortice di sentimenti e di emozioni che svuotano e che spremono via qualsiasi sensazione del momento. Si rimane attoniti, catalizzati, carichi di lacrime e di angoscia, ma privi di parola, quasi in religioso silenzio alla fine della serie, sia nello stacco della prima stagione (che proprio stacco non è), sia al termine della seconda stagione. Si vive con loro, con il soldato An, la sua empatia, il suo dolore, la sua profonda comprensione, e il caporale Han, con la sua visione del mondo e degli umani e la sua falsa e pacata tranquillità, e con tutti i soldati della caserma (o delle caserme) con cui i protagonisti vengono a contatto, quasi dei pezzi di carne in attesa di essere macellati, perché vengono negate loro le emozioni. Si vive e ci si ferisce con loro, si sanguina internamente, si cade e ci si rialza in storie crude, dure, possenti nel loro valore, amare e umane al tempo stesso. Si è lì nel mezzo durante l’appello, la guardia notturna e le esercitazioni all’aperto e si fa fatica ad uscire, come faticano i soldati disertori, di cui vengono narrate le storie, perché, ogni volta che fuggono dalla propria caserma, rimangono imprigionati lì dentro nel proprio dolore, incapaci di superarlo e di andare avanti, come degli animali feriti.
PERSONAGGIO PREFERITO: Difficile scegliere un personaggio in assoluto, perché sono tanti i personaggi che meriterebbero una narrazione a sé, sia tra i protagonisti del drama, che tra i soldati di cui vengono narrate le storie. Tuttavia, non ho dubbi ad affermare che questa è la migliore interpretazione in assoluto di Jung Hae-in, nei panni di uno dei personaggi più belli di sempre, il Soldato An. “Se nessuno agisce, non cambierà mai nulla. (…) Se voglio che le cose cambino, dovrei fare qualcosa“, afferma il Soldato An nella seconda stagione, quando si sviluppa intensamente il suo dramma e la sua parabola quasi messianica. L’empatia del Soldato An si staglia altissima in un mondo grigio, rancoroso e tendente a celare il dolore altrui per il funzionamento della macchina perfetta. An è la liberazione, colui che comprende per davvero quali motivazioni spingono i soldati a disertare, perché nessuno vorrebbe vivere per davvero nell’ombra, ma, se si vede costretto a percorre il primo passo, è perché è stato lasciato perennemente nell’ombra della disperazione, come Jo Suk-bong nella prima (e anche nella seconda) stagione, presenza che, ad un certo punto, con il suo atto estremo, condiziona le scelte del Soldato An. Altra grandissima interpretazione è quella di Koo Kyo-hwan nei panni del Caporale Han, una mente libera e al di sopra di qualsiasi condizionamento, o, meglio, uno che si finge strano, perché la stranezza è il suo scudo, ma che sa di essere nato per entrare nel corpo D.P., perché capisce i pensieri, le ossessioni, i timori e le sofferenze dei soldati spinti a disertare. E, proprio per questo, è l’unico capace di comprendere veramente il Soldato An e la sua empatia. “Sono i tuoi pensieri che sono diventati pericolosi“, afferma, guardando i pensieri aleggiare negli occhi di An. Oltre al Sergente Park e al Capitano Lim (a cui ho dedicato la parte iniziale della mia intervista), due “vecchi” del settore militare, uno che si porta addosso la sofferenza del passato come un abito fatto su misura e che, per questo motivo, riesce a comprendere i suoi soldati, l’altro una testa calda che sempre in precario equilibrio nella ricerca di giustizia, una parola a parte per il personaggio di Jang Sung-min, detto Jang Nina, per la protagonista del dramma di Chechov, condannato alla derisione e alla violenza, perché reputato “diverso”, un uomo dall’anima femminile, e che ha regalato una delle interpretazioni più intense della seconda stagione (per cui vi lascio il link).
PERSONAGGIO PIU’ ODIATO: Domanda difficile perché i personaggi odiosi sono tanti, ad iniziare dai bulli che rendono difficile la vita di Jo Suk-bong. Ma vorrei soffermarmi sul personaggio del generale Gu Ja-hoon (interpretato da Ji Jin-hee), che, con il suo gattopardismo e la sua politica, è il rappresentante di quella società che non vuole cambiare, o, meglio, finge di regolare le difformità per lasciare tutto intatto, e che è il vero male del sistema militare qui ritratto.
COMMENTI SPARSI: Vero che sono abituata a visioni dure e anche violente, ma D.P. è una pietra miliare, che mi ha sconvolto ad ogni visione e che mi è rimasta impressa come un tatuaggio forgiato a fuoco. Non cambierei niente di questa serie, né direi altro in più, perché va vissuta insieme ai soldati protagonisti attimo per attimo.
Grazia & Laura
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6 pensieri riguardo “D.P. – Deserter Pursuit”