La collina dei papaveri

La poesia della bellezza dei disegni dello Studio Ghibli trova l’incanto di una storia intima, delicata, che ci trasporterà direttamente nel Giappone degli anni Sessanta, circa dieci anni dopo la fine della Guerra di Corea, in un paese in piena rinascita anche se ancora segnato dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalle bombe atomiche e dall’occupazione americana terminata nel 1952.

Un racconto ricco di sentimenti quello di Goro Miyazaki, figlio di Hayao Miyazaki, alla seconda prova di regia dopo “I racconti di Terramare”, di cui vi consigliamo il nostro articolo nel blog.

Se potessi raccontarvi cosa ho provato quando ho visto la prima volta questo anime scriverei all’infinito. Mi sono innamorata da subito della storia, dei due protagonisti e della stupenda colonna sonora di Satoshi Takebe e dei brani portanti cantati da Aoi Teshima.

Yokohama 1963, Umi Matsuzaki, ogni mattina, si alza presto e si reca in giardino ad ammainare le bandiere di segnalazione marittima che venivano viste dal padre quando la sua nave tornava in porto, prima che morisse in guerra.  Umi è una liceale che vive con la nonna e i fratelli più piccoli sulla “Collina dei papaveri” in una casa ricavata da un ex ospedale. La casa funge anche da pensione e ospita anche altre tre ragazze. Il padre di Umi è morto durante la guerra di Corea quando la sua nave urtò una mina, mentre la madre è docente universitaria negli Stati Uniti ed è spesso fuori per lavoro.

Shun Kazama è un ragazzo liceale che ogni mattina osserva dal rimorchiatore del padre adottivo le bandiere issate sulla collina dei papaveri e ne rimane a tal punto affascinato da dedicare una poesia pubblicata sul giornale della scuola.

Shun e Umi si incontrano a scuola la prima volta durante una protesta studentesca, a primo acchito Umi non ha una impressione positiva di Shun, poi, pian piano, iniziando a collaborare come copista al giornale della scuola di cui Shun è responsabile, inizia a stringere amicizia con lui e con i suoi amici del club di letteratura. Nel frattempo, a scuola iniziano delle accese discussioni in merito alla eventuale demolizione del “Quartier Latin”, un vecchio edificio storico fatiscente dove si incontrano e si riuniscono i club scolastici. L’edificio ha un valore affettivo per i ragazzi del liceo e, anche se il Giappone si sta modernizzando e la dirigenza scolastica preme per la demolizione della struttura, i ragazzi lottano per mantenerla, per salvaguardarla e per proteggerne il valore storico; proprio per questo, si rendono disponibili a ristrutturare l’edificio. Durante i lavori di pulizia e ristrutturazione del palazzo Umi e Shun passano molto tempo insieme, si conoscono meglio, parlano e iniziano a provare dei sentimenti di affetto l’un l’altra.

Improvvisamente, però, un giorno, Umi racconta a Shun di suo padre, di come è morto e gli mostra una fotografia, Shun resta attonito e sbalordito perché la foto mostrata da Umi è la stessa che ha anche lui. Il ragazzo inizia a fare delle ricerche per scoprire la verità e capisce che probabilmente il padre di Umi è anche suo padre. Shun, infatti, è stato affidato da neonato ai genitori adottivi. Sarà davvero così?

Shun, per questo motivo, anche se prova affetto, inizia ad allontanarsi da Umi, ad avere nei suoi confronti un atteggiamento distaccato per non farsi coinvolgere in sentimenti non giusti, visto che i due potrebbero essere fratello e sorella. Umi che non conosce il motivo per cui viene allontanata dal ragazzo, ne accetta le condizioni anche se in cuor suo ne soffre immensamente.

Nel frattempo, nonostante tutti i lavori di riparazione e ristrutturazione, la sorte del Quartier Latin è messa nuovamente a dura prova perché la dirigenza ha optato comunque per la distruzione; per questo motivo, l’assemblea studentesca vota una piccola delegazione che possa recarsi a Tokyo per portare avanti le proprie ragioni. Nella delegazione vengono scelti anche Shun e Umi, i due sono costretti, quindi, a viaggiare insieme per Tokyo dove parleranno con la dirigenza. Qui vi è una delle parti più emozionanti perché il regista, dopo che ci ha presentato la città di Yokohama degli anni Sessanta in maniera impeccabile, ci fa emozionare nella Tokyo del 1963, ad un anno dalle storiche Olimpiadi del 1964, e la città ha già tutti i manifesti per la preparazione all’evento. Credo, infatti, che la ricerca storica e contestuale di questo anime lo rendono davvero molto apprezzabile.

Per Shun e Umi il viaggio a Tokyo diventa importante perché riveleranno l’un l’altra i propri sentimenti, ma resta sempre il dubbio del padre in comune. Qualche giorno dopo, il padre adottivo di Shun riesce a contattare Onodera, il capitano di una nave che conosce la verità e svelerà ai ragazzi una storia che non conoscevano.

Una storia delicata, poetica, romantica, un timido amore adolescenziale nato tra i banchi di scuola negli anni Sessanta, quando anche in Giappone le rivolte studentesche e l’attivismo iniziavano dappertutto per sfociare, poi, nel Sessantotto, così come in molti altri paesi del mondo.

Una piccola informazione storica, la nave dove era imbarcato il padre di Umi e dove ha trovato la morte era una Landing Ship Tank, “navi specializzate per le operazioni anfibie” utilizzate durante la Seconda guerra mondiale per gli sbarchi a Iwo Jima e Okinawa, ma anche per lo sbarco in Sicilia e in Normandia e riutilizzate durante la Guerra di Corea.

La collina dei papaveri” è l’adattamento cinematografico del manga di Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi del 1980.

Memoru Grace

Una opinione su "La collina dei papaveri"

Lascia un commento