Pochi film d’animazione raccolgono quella grazia, quell’incanto misto tra fiaba e dramma, come solo “La Storia della Principessa Splendente” riesce a regalare allo spettatore. Diretto da Isao Takahata, compianto cofondatore dello Studio Ghibli, noto per la rara sensibilità con cui ha da sempre tratteggiato i suoi personaggi e le sue storie, il film è stato meritatamente candidato agli Oscar come miglior film d’animazione nel 2015.
La prima volta che ho visto “La Storia della Principessa Spendente” ne sono rimasta affascinata, eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, non nella storia, non nella caratterizzazione dei personaggi, era come una poesia di cui si vogliono sentire i versi mille volte perché si possa cogliere qualcosa di nuovo e di lirico ed in effetti è stato così, già con la seconda visione.
“La Storia della Principessa Splendente” raccoglie la tristezza intrinseca in ogni fiaba, il fascino della cultura giapponese, l’eleganza e la raffinatezza dei disegni, sembrano dipinti su rotolo della tradizione in cui i personaggi sono caratterizzati da pochi tratti, minuti, quasi dispersi in uno sfondo bianco.
Le vicende narrate nel film si ispirano ad un antico racconto giapponese, “Storia di un tagliatore di bambù” (Taketori monogatari), una leggenda che trova origine nell’ottavo secolo e da tradizione sembrerebbe essere la prima storia di finzione della cultura nipponica, così Isao Takahata ha dedicato sette anni di lavoro nella realizzazione di questo meraviglioso film a cui ha affidato la sua ultima testimonianza insieme all’affetto per la tradizione e alla speranza per il futuro, senza togliere minimamente quel tocco di poesia che accarezza il cuore anche nelle scene di cruda realtà, caratteristica a cui questo regista ci aveva già abituato in altre opere, tra cui il commovente, “Una tomba per le lucciole”.
Quale delicata complessità si cela dietro la narrazione di questa storia dove all’apparenza sembra quasi tutto immobile!
Un giorno di primavera un anziano tagliatore di bambù si accorge che dentro un fusto di bambù vi è una piccolissima creatura luminosa di sembianze umane, l’uomo mostra alla moglie la creatura che si trasforma in neonata. I due coniugi non avevano mai avuto figli per cui decidono di crescere questa bambina come fosse figlia loro, dandole il nome di Principessa.
La bambina cresce rapidamente, in pochissimo tempo impara a camminare, a parlare e ad aiutare i genitori nei lavori domestici e nei campi, integrandosi perfettamente con la società agraria in cui vive. In una sola stagione la sua crescita è talmente repentina che assume le sembianze di una bambina di dieci anni e in poco tempo già adolescente. Il tagliatore di bambù, che da sempre era convinto delle origini soprannaturali della figlia, ne ha la certezza quando ritrova dentro alcune canne di bambù delle pepite d’oro e capisce, quindi, che il Cielo gli ha affidato un compito molto importante. Abbandona i campi, acquista una residenza in città tra gli sfarzi della capitale perché il destino della figlia non è nei villaggi di campagna, ma nel lustro della città, nell’apprendere movimenti aggraziati e nobili che una giovane ragazza deve imparare per entrare in società. A Principessa viene imposto il nome di “Principessa Splendente” e la fama della sua bellezza, della sua raffinatezza si diffonde in tutto il Paese tanto che suscita l’interesse dei ministri di corte e persino dell’Imperatore che chiedono insistentemente la sua mano, ricevendo dalla ragazza sempre un costante rifiuto.
Principessa si sente smarrita in quella vita sontuosa e piena di ricchezza e cade presto in depressione non riuscendo a far capire nemmeno ai suoi genitori le sue esigenze e la sua tristezza. Quando si rende conto della sua reale natura soprannaturale e delle origini è consapevole di dover lasciare la Terra e tornare sulla Luna.
La storia è ricca di significati metaforici a partire dal concetto di Natura, tema tanto caro ai fondatori dello Studio Ghibli. La Principessa è scesa sulla terra sotto le sembianze umane per cercare la felicità che poteva provenire solo dal contatto con la terra, con la natura, con gli affetti semplici, senza cercare una vita artificiosa quale quella che le viene imposta in città.
“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna”, queste le parole di Tolstoj che si adattano molto al pensiero e al significato della storia. La nostalgia di cui soffre la nostra Principessa è dovuta al fatto che la sua vita terrena, la felicità terrena doveva essere quella in campagna, accanto ai genitori adottivi e a Sutemaru, chiamato “fratellone”, per cui la ragazza prova sentimenti che sono ricambiati, ma che non si possono realizzare.
L’opera di Isao Takahata è un inno al passato nostalgico, una critica e una riflessione sociale alle costrizioni che la vita impone, ad un benessere superfluo, ad una società che con la sua rapidità porta al logorio interiore, a perdere di vista l’essenza delle cose.
La grandezza del regista è anche quella di portare avanti un messaggio universale, un messaggio che sottolinea la grande modernità di questa storia. Le vicende, nell’ archetipo che solo la fiaba riesce a comunicare, richiamano la descrizione del comportamento umano, da sempre uguale. Il messaggio intrinseco alla narrazione è il raccontare l’umanità, la storia dell’uomo, che si contestualizza e si adatta alle esigenze del tempo, ma che resta uguale. Per questo i racconti popolari sono senza tempo, universali e riescono a parlare ad ogni generazione, anche a quelle del futuro.
Isao Takahata, con maestria, ha voluto lasciarci questo messaggio, nella sua opera più completa, più difficile, destinata ad essere riletta per la complessità dei passaggi, in disegni e tratti che sembrano semplici, essenziali, ma che colpiscono il cuore dello spettatore e lo trasportano in una dimensione senza tempo che è capace di raccontare le vicende di tutti i giorni, dal malessere interiore, al passaggio all’età adulta che spesso coincide con il riconoscimento del degrado attorno a noi, alla nostalgia di ciò che poteva essere facendo altre scelte, al dispiacere e al senso di colpa del tagliatore di bambù per aver sbagliato a capire i segni del Cielo ed essersi fatto trasportare dal benessere materiale, fino alla domanda che ci poniamo insieme alla protagonista: «Ma io come mai, a quale scopo ero discesa su questa terra?».
La Principessa Splendente che, mentre sale sulla Luna, lancia l’ultimo sguardo alla Terra, forse non ricorderà più niente di quella esperienza, ma la sua vita sarà intrisa di nostalgia a cui non riuscirà a dare una spiegazione, la mancanza di qualcosa che non si sa identificare, sensazione che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella propria vita quando ci accorgiamo di rimpiangere qualcosa che poteva essere diversa.
Piccolo consiglio: questo capolavoro di Isao Takahata presenta una colonna sonora meravigliosa, curata da Joe Hisaishi che merita davvero l’ascolto.
Memoru Grace

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