“La bellezza salverà il mondo”.
(Fedor M. Dostoevskij)

Titolo originale: K-Pop Demon Hunters
Regia: Maggie Kang, Chris Appelhans
Soggetto: Maggie Kang
Sceneggiatura: Maggie Kang, Chris Appelhans, Danya Jimenez, Hannah McMechan
Cast (doppiaggio originale in inglese e in coreano): Arden Cho /Ejae, Ahn Hyo-seop /Andrew Choi, May Hong /Audrey Nuna, Ji-young Yoo /Rei Ami, Yunjing Kim /Lea Salonga, Kenny Jeong, Daniel Dae Kim, e Lee Byung-hun
Genere: musical, fantasy, action
Stati Uniti/Corea del Sud, 2025 – film
Sembra strano iniziare la recensione di un anime con una frase di uno degli scrittori più profondi e introspettivi della letteratura mondiale. O, forse, sembra strano solo per chi, a differenza di me, ha sempre accostato il prodotto anime solo ed esclusivamente all’infanzia, in quella sottocategoria di narrazioni per la crescita, che diventa ignorata nel momento in cui ci si crede adulti (e, invece, non lo si è affatto). Che, poi, non ci sarebbe nulla di negativo e di sbagliato nemmeno a raggruppare prodotti per la crescita, perché già questo scopo in sé raffigura tutta la buona intenzione dell’arte di trovare un punto in comune per indirizzare sulla buona strada, per costruire, insomma, quella bellezza dostoevskiana, che non ha nulla in comune con l’estetica superficiale e l’apparenza, tesa com’è nel suo essere, in quella interiorità più nascosta dove tenebre e luce convivono insieme, ma che, alla fine, sceglie la luce. Si tratta della vera bellezza, quella altruista e spontanea, che si sacrifica per gli altri e che è capace di resistere alla morte, perché si concretizza come una forma di speranza e di redenzione, che viene scelta giorno per giorno.
Allora, non è così strano se, per una volta, prendo in prestito le parole del principe Myskin ne “L’idiota” di Dostoevskij e le metto in bocca a Rumi, ma, volendo, anche a Mira e a Zoey, le tre protagoniste di questa parabola, che solo in apparenza potrebbe essere classificata sotto tante etichette (da “film d’animazione” a “film musicale”, da “film per tutti” ad “idol drama”), ma che è essenzialmente la storia di una bellezza condivisa, una luce dorata nascosta all’interno della bontà e della purezza di queste tre giovani donne, capaci di riconoscere la grazia di tutte le cose presenti nell’universo in modo intuitivo, trascendendo persino le regole imposte ed ereditate. Ed è la bellezza racchiusa all’interno delle loro anime, soppressa da convenzioni esterne che non permettono di conoscersi e di accettarsi, che, ad un certo punto, si sprigiona con tutta la sua energia, frantumandosi per brillare attraverso i suoi frammenti.
“Mi sono frantumata in un milione di pezzi e non posso tornare indietro. Ma vedo tutta la bellezza nel vetro rotto”.
“K-Pop Demon Hunters” ha segnato un arrivo quasi inaspettato, silenzioso e chiassoso già in prima battuta, sponsorizzato come l’ennesima produzione Netflix che strizzava l’occhio alla moda e alla popolarità diffusa dei prodotti coreani, nascosto dietro un’operazione di marketing che sembrava trainata in modo funzionale dal carro della musica k-pop, ma che rischiava di rimanere vuota e priva di contenuti. E, invece, si è rivelato da subito un successo sotto tanti punti di vista: classificandosi come il prodotto più visto sulla piattaforma Netflix, ha convinto un pubblico vasto internazionale e internazionale, coinvolto dai suoi colori, dall’azione, dalle canzoni e dall’adozione di personaggi della mitologia e del folklore orientale all’interno di un contesto moderno e in continua evoluzione, superando persino il successo di “Squid Game” e investendo ufficialmente Maggie Kang e Chris Appelhans alla regia (così come Michelle Wong alla produzione) a lavorare su un sequel o addirittura su un universo espanso ispirato dal film; inoltre, con la sua corsa irrefrenabile sui palchi di riconoscimenti globali (oltre ai dieci premi vinti dalla pellicola agli Annie Awards, film e canzone originale – “Golden” – hanno guadagnato premi al Critic’s Choice Awards, ai Golden Globes e agli Academy, mentre la canzone è stata anche insignita di un Grammy per miglior brano scritto per un prodotto visivo, prima volta per un pezzo k-pop), il film si è aggiudicato l’onore della critica in tutti gli ambienti, dai più intransigenti giornalisti di spettacolo al sempre variegato ambiente hollywoodiano (che, per l’occasione, ha imparato anche ad usare lightstick durante la notte degli Oscar). Tutto ciò ha incrementato quel fenomeno sempre più irrefrenabile e coinvolgente della Korean Wave, quella geopolitica del k-pop che ha permesso – e, ancora di più straordinariamente in questo ultimo anno, continua a permettere – alla Corea del Sud il mantenimento e la costruzione di nuove relazioni commerciali, politiche e di mercato.
Ma perché questo fenomeno incredibile scaturito da quello che doveva sembrare, in apparenza, un film d’animazione con colonna sonora k-pop? Come ha fatto a coinvolgere e a catturare gli animi di spettatori di ogni età e di ogni Paese? La spiegazione forse è da ricercare proprio in quella “bellezza”, che attraversa così sottilmente tutta la trama, in quella luce dorata che brilla anche da un riflesso spezzato sui vetri di uno specchio.
In un remoto passato leggendario, la terra era dominata dal terrore, proveniente da demoni di ogni sorta, in grado di carpire le anime degli umani per portarle in pasto al Re del Male, il malvagio demone Gwi-ma (che, nella versione originale, è doppiato da Lee Byung-hun di “Mr. Sunshine“, “No Other Choice” e molti altri titoli). Un giorno, però, gli umani riuscirono a trovare uno scudo difensivo: tre eroine, che con la loro voce, il loro canto, la loro danza, crearono l’Honmoon, uno scudo invisibile fatto di speranza e di coraggio, che protegge gli esseri umani dalla diffusione del Male.
Come narra Celine (doppiata da Yunjin Kim di “Money Heist Korea“) ex cacciatrice di demoni e oggi mentore delle nuove cacciatrici, ogni generazione ha le sue tre guerriere. Questa è la generazione di Rumi (doppiata da Arden Cho nelle parti recitative e da Ejae nelle parti cantate), Mira (doppiata da May Hong nelle parti recitative e da Audrey Nuna nel canto) e Zoey (doppiata da Ji-young Yoon nelle parti recitative e da Rei Ami nel canto), ovvero le HUNTR/X, un girl group di musica k-pop, amatissimo da tutti per la sua energia, le sue canzoni ricche di speranza e la forte personalità delle sue componenti, dalla dolcezza aegyeo compensata dalla carica rap di Zoey, alla bad girl Mira, alla voce angelica di Rumi, la center della band.
Cacciatrici di demoni e cantanti k-pop, le HUNTR/X conducono una doppia vita stressante, ma anche incredibilmente avvincente, donando amore e, al tempo stesso, ricevendo amore dai propri fan, tanto che le ferite e le difficoltà delle battaglie sono compensate da quella luce dorata che si diffonde nell’Honmoon e che, secondo quanto tramandato, una volta espansa, dovrebbe riuscire a sconfiggere definitivamente i demoni. Per questo motivo, le HUNTR/X, supportate dal loro manager Bobby (Kenny Jeong della trilogia “Una notte da leoni“), giocano la carta vincente, lanciando, al termine di un estenuante tour mondiale, il pezzo “Golden“, destinato a portare ovunque quella luce dorata. Solo che, durante le prove, la voce di Rumi si ammala improvvisamente, costringendo le ragazze a rinviare diversi impegni e, quindi, a posticipare il successo di “Golden” per il mondo terreno e per quello spirituale.
Questo frangente di tempo viene sfruttato da Jinu (doppiato da Ahn Hyo-seop nelle parti recitative e da Andrew Choi in quelle cantate), un demone con un triste passato umano in epoca Joseon, che propone a Gwi-ma un accordo: riuscire a formare un boy group maschile di k-pop che possa coinvolgere completamente gli umani e diffondere in modo mascherato il male, per nutrirsi delle loro anime e della loro energia definitiva e rompere l’Honmoon di cui le HUNTR/X sono custodi. In cambio, Jinu otterrà quello che ha sempre voluto: cancellare per sempre quei ricordi della sua anima umana, per non provare più vergogna, pena, dolore e autocommiserazione, per non sentirsi colpevole di avere abbandonato la sua famiglia e non sentire su di sé il peso di quell’anima che ha volutamente svenduto al Male.
Come aveva previsto Jinu, il successo della sua band, i SAJA BOYS, con la loro “Soda Pop“, è devastante, tanto da compromettere il primato delle HUNTR/X sulla scena musicale e da costringere le ragazze ad intervenire su almeno due fronti: quello musicale che le vede ai vertici del k-pop, per riprendersi lo scettro, i fan e i premi che i SAJA BOYS sembrano voler loro portare via; e quello spirituale e metafisico, dove avvengono le battaglie tra demoni e loro cacciatori e dove le sorti degli umani vengono decise in modo occulto. Due campi e due abilità, quella artistica e quella combattiva, che non sono così lontane fra loro, visto che sono indissolubilmente legate da un filo invisibile, eppure solido, quello della bellezza artistica della musica destinato a tramutarsi in salvifico balsamo per salvare l’umanità, in una delle funzionalità più belle mai date all’arte (che quasi riprende l’interpretazione in chiave artistica che diede Todorov della “bellezza che salva il mondo”), portatrice silenziosa della speranza.
“Sai cos’è la cosa buffa della speranza? Nessuno può decidere quando la senti”.
Il problema è che Rumi nasconde un segreto, di cui solo Celine è a conoscenza: nata dalla relazione tra una madre cacciatrice di demoni ed un padre demone, reca sulla sua pelle il marchio della sua origine demoniaca (i segni simili a tatuaggi sulle braccia e sul collo), su cui, tuttavia, Gwi-ma non ha alcun controllo, al contrario di quello che può fare con le altre creature demoniache. Nata con la convinzione di essere un errore e un abominio, cresciuta senza genitori a cui chiedere spiegazioni e con la supervisione di una mentore che l’ha costretta a mentire e a nascondere la verità, la stessa Rumi crede nella sua vita di facciata, negando non solo i segni demoniaci sulla pelle, ma anche una parte di se stessa, con un superego che l’ha modificata, plasmata e controllata e da cui non riesce a liberarsi. Come avverte il medico che dovrebbe curare la sua voce malata (doppiato in un cameo da Daniel Dae Kim, che, insieme a Yujin Kim, ci ha reso un’improbabile, quanto inaspettata réunion di “Lost“), è sempre troppo controllata e, per questo motivo, le sue barriere sono continuamente alzate come le mura a difesa di una città.
Quando Jinu scopre il segreto di Rumi, le loro anime iniziano ad avvicinarsi in un momento parallelo dove non esistono più debolezze e fortezze, ma solo luci fragili e bellissime, piccoli frammenti luminosi, che la stessa Rumi aveva sempre messo a tacere con un senso del dovere cieco a cui si sentiva obbligata per chiedere perdono della sua stessa esistenza. Il suo desiderio di diffondere l’oro per salvare gli altri è, al tempo stesso, un modo per scagionare la nascita di cui si sente in colpa e pulirsi, così, da un’origine oscura. E, così facendo, non si rende conto che è l’oro che brilla all’interno della sua anima, quella bellezza sottaciuta costituita da altruismo e bontà, l’unico vero elemento per portare la salvezza, che coincide con la speranza e con la redenzione e che parte proprio dalla comprensione di se stessi, di tutti gli elementi e le imperfezioni che costituiscono il proprio essere (i marchi che segnano la pelle di Rumi, finalmente esposti e scoperti).
“Perché ho coperto i colori bloccati dentro la mia testa? Avrei dovuto lasciare che i bordi frastagliati incontrassero la luce, invece”.
Accettazione di sé, comprensione e percezione dell’inconscio, ricerca di redenzione, speranza come virtù salvifica, armonia del mondo: tutte queste tematiche, così moderne, ma anche così eterne, perfettamente in connessione con un immaginario tipico della tradizione ancestrale coreana (si veda il ricorso alla figura della tigre messaggera di un altro mondo), hanno reso “K-Pop Demon Hunters” uno dei più prodotti d’animazione (e non solo) più originali e, al tempo, più psicologici mai improntati, dove misticismo e resilienza si fondono in un tutt’uno, che si riflette nell’umanità.
Laura
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