“Il neoliberismo ha modellato, a partire dall’operaio oppresso, un libero imprenditore – un imprenditore di se stesso. Oggi, ciascuno è un operaio che si sfrutta da solo, un dipendente di se stesso. Ciascuno è al contempo servo e padrone, per cui la lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore. Chi oggi fallisce si dà la colpa e si vergogna: individuiamo il problema in noi stessi, piuttosto che nella società. (…) Oggi ci denudiamo volontariamente. (…) Questo denudamento, questo volontario passarsi ai raggi x, segue la medesima logica di efficacia dell’autosfruttamento. (…)I l regime neoliberista è stabile proprio perché si immunizza contro qualsiasi resistenza e usa la libertà invece di opprimerla”.
(Byung-chul Han, “Perché oggi non è possibile una rivoluzione”)

Titolo originale: 어쩔 수가 없다, Eojjeol suga eopda (lett. “Non posso farci niente”)
Regia: Park Chan-wook
Sceneggiatura: Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi, Lee Ja-hye
Cast: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won, Yoo Yeon-seok
Genere: drammatico / noir / thriller / commedia nera
Corea del Sud, 2025 – film
Molto si è detto ultimamente sul neo-liberismo o, meglio, sulla nuova società capitalista che assorbe informazioni e nozioni per massimizzarle nella formazione di un nuovo essere umano, estremamente libero, ma, al tempo stesso, incatenato da un paradigma di auto-oppressione. Una delle analisi più lucide in merito proviene di certo dalla riflessione del filosofo coreano (naturalizzato tedesco) Byung-chul Han, che, nel saggio “Perché oggi non è possibile una rivoluzione” (pubblicato in Italia da Nottetempo, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi), che raccoglie una serie di interviste, dialoghi e interventi in seminari e lectio magistralis, ha delineato la sua visione del capitalismo e i suoi effetti devastanti, che pongono in connessione una sfrenata produttività con una intrinseca (e non solo) capacità distruttiva ambientale, ma anche sociale e mentale, tanto da relegare l’uomo moderno in una spirale crescente di autodistruzione, dove si disumanizza, perde qualsiasi capacità di connessione armonica con gli altri esseri umani per diventare liberamente e senza alcuna opposizione un ingranaggio perfetto di una macchina molto più grande e complessa.
Ed è in questo modo che si presenta l’uomo libero e, al tempo stesso, oppresso dalla società capitalista, protagonista di “No Other Choice – Non c’è altra scelta” di Park Chan-wook, presentato in anteprima alla Mostra Internazionale di Venezia nel 2025 e in lizza per i maggiori premi in tutto il mondo, tracciando una piccola storia di periferia, che potrebbe sembrare una storia universale, di un uomo qualsiasi, mite e anonimo nella sua vita ordinaria, che diventa carnefice quasi per caso o, meglio, per sopravvivere in una società che lo distrugge sottilmente in una competitività impossibile. Il piccolo uomo ordinario della pellicola di Park Chan-wook, infatti, porta alle conseguenze estreme il concetto di resilienza neo-liberista, simboleggiata dall’anguilla (non a caso protagonista della grigliata con cui si apre il film e oggetto di dono da parte dell’azienda), una nuova ideologia plasmata su una falsa capacità di adattamento individuale che, con l’obiettivo di emergere a qualsiasi costo, annulla sia il dolore personale che l’esistenza di ostacoli umani e che sposta la responsabilità dalle strutture sociali all’individuo. E’ un potere smart, invisibile, che sfrutta la libertà e neutralizza qualsiasi resistenza, riuscendo a far adattare chiunque al nuovo credo sociale ed economico.
Yoo Man-su (magistralmente interpretato da Lee Byung-hun di “Mr. Sunshine“, “Squid Game” e molto altro) è un professionista della carta. Da 25 anni lavora per l’azienda Solar Paper, che lo ha visto crescere lavorativamente e umanamente dal suo ingresso come giovane operaio subito dopo il diploma fino alla sua laurea, presa a distanza durante il lavoro, in chimica, specialista di tutte le paste per la carta. L’acquisizione da parte di una grossa azienda americana porta, però, a redistribuire le competenze lavorative presso la cartiera, inserendo il supporto di nuovi macchinari e di una produzione robotica e tagliando posti di lavoro (di cui viene usata l’espressione derivante dal parlato coreano di “tagliare teste”, come ad indicare un’equivalenza tra la vita e il lavoro, per cui chi porta via il lavoro, determina anche la fine della vita).
Man-su rientra nella redistribuzione del lavoro in cartiera e perde il posto di lavoro, senza alcuna agevolazione, se non una piccola liquidazione, mentre viene inserito in corsi di formazione e di ri-collocazione lavorativa, che, nel tentativo di assicurare supporto psicologico, lo alienano ancora di più. Passano i giorni e si accumulano i mesi e, mentre Man-su non riesce più a trovare una nuova posizione lavorativa adeguata alla sua esperienza e ai suoi studi, la moglie, Mi-ri (meravigliosa e dolente Son Ye-jin di “Something in the Rain” e “Crash Landing on You“) torna a lavorare come igienista dentale presso lo studio del dottor Oh Jin-ho (Yoo Yeon-seok di “Hospital Playlist” e “When the Phone Rings“) e inizia a tagliare una serie di spese considerate superflue per il budget familiare: i due cani vengono ceduti ai nonni, perché considerati due bocche in più da sfamare, le due auto vengono ridotte in una sola utilitaria da condividere, tutti gli abbonamenti a canali streaming vengono disdetti, così come i corsi e gli hobby del tempo libero, mentre la casa, che Man-su aveva acquistato a fatica con il suo lavoro, con tutto quello che contiene viene messa in vendita.
Unica spesa a rimanere intatta e intoccabile è costituita dalle lezioni di violoncello della figlia minore, la piccola Ri-one, che è nello spettro dell’autismo e si esprime raramente, ripetendo le parole altrui, ma che è anche un genio musicale, anche se si rifiuta di esibirsi per i suoi familiari.
Un giorno, mentre Man-su sta guardando a random i video caricati nei canali social da Choi Seon-chul (Park Hee-soo di “My Name“), un manager della Moon Paper che, tempo prima, lo aveva umiliato durante la ricerca del lavoro, Mi-ri esclama: “Se solo venisse fulminato! In una giornata di pioggia, usando un ombrello a punta“.
Nella vecchia casa della sua infanzia, guadagnata e, poi, persa dal padre, che si è suicidato dopo un tracollo economico, ma che ha lasciato all’interno i suoi cimeli, la pistola portata dalla Guerra del Vietnam ed esposta in vetrina inizia a guardare Man-su, quasi a suggerirgli, impalpabile, una soluzione, un piano di sopravvivenza basato su quella massima di “sparare prima a chi ha intenzione di spararti“, che Man-su cerca di spiegare in continuazione al figlio maggiore, Si-one.
Man-su inizia a pedinare Seon-chul per cercare il momento più opportuno per eliminarlo fisicamente, in modo che il suo posto di lavoro possa diventare disponibile per una sua candidatura. Poi, però, memore delle tante candidature nel settore e dei molteplici rifiuti, il suo piano si allarga, perché non basta eliminare la persona che ricopre attualmente quel posto di lavoro, ma anche tutti i potenziali candidati o, meglio, tutti quei candidati che, rimasti senza lavoro, possono vantare un curriculum più prestigioso e competitivo del suo.
Dopo un’attenta valutazione quasi scientifica e l’apposizione di un falso annuncio di lavoro, sono due i candidati che attirano di più l’attenzione di Man-su: uno è l’ingegnere Koo Beom-mo (Lee Sung-min di “Misaeng – Incomplete Life“), disoccupato, depresso e alcoolista, che vive in una casa isolata in mezzo al bosco con A-ra (Yeom Hye-ran di “The Glory” e “When Life Gives You Tangerines“), una moglie eccentrica e fedifraga, che lo disprezza per la sua inazione; l’altro è Go Si-jo (Cha Seung-won di “A Korean Odyssey“), esperto di tutti i tipi di carta, dalle banconote alle cartine per le sigarette, che cerca di affrontare la perdita del lavoro, adattandosi ad un impiego di commesso per un negozio di scarpe, mantenendo la propria dignità, ma anche la propria umanità in un mondo che va a rotoli.
Per Man-su nasce una nuova routine, fatta di azioni crudeli e orrende, che aborre, ma che, al tempo stesso, reputa necessarie, definendole come veri e propri “colloqui di lavoro” e che culminano in una nuova ammissione in quella società che lo aveva rifiutato ed escluso, come John Smith in mezzo ai pellerossa, dando nuove radici non espugnabili alla sua famiglia.
“Fino a qui ho solo scavato. Adesso devo piantare un albero”.
Il film è un ritorno acclamato di uno dei più grandi registi contemporanei, Park Chan-wook, che ha reinventato l’etica e l’estetica della vendetta (con la cosiddetta trilogia della vendetta, costituita dai film “Mr. Vendetta” del 2002, “Old Boy” del 2003 e “Lady Vendetta” del 2005), autore di opere che ci ha abituato ad uno stile unico, graffiante e quasi parossistico (vedi “Joint Security Area” del 2000 e “Thirst” del 2009), ma anche ad una narrativa dolente e malinconica che nasconde la disumanizzazione (vedi “Mademoiselle” del 2016 e “Decision to Leave” del 2022).
Vagamente ispirato al romanzo del 1997 “The Ax – Cacciatore di teste” di Donald E. Westlake, autore americano che è riuscito a fondere humour nero, hardcore e temi distopici, usando ben tre pseudonimi diversi, “No Other Choice” mantiene alcune delle tematiche care a Park Chan-wook, tra cui la feroce critica sociale e l’abbruttimento dell’animo umano di fronte al mancato adattamento al mondo, ma si erge nella sua unicità anche all’interno dell’opera stessa di Park, tributario di una scuola cinematografica coreana già collaudata (vedi il capolavoro “Parasite“, che omaggia chiaramente nella scena della colluttazione), con un’arte che fonde umorismo e orrore, in una commedia nera che riesce a trattare la verità nascondendola dietro false e grottesche esagerazioni. Ed è per questo motivo che, sono convinta, questo film rimarrà una pietra miliare nella storia del cinema, un’opera di altissimo livello, condotta con la maestria di un direttore d’orchestra, che sembra quasi seguire la melodia dell’Adagio Concerto per Piano No. 23 di Mozart, senza alcuna sbavatura.
Nulla nella storia è stato lasciato al caso, dalla simbologia usata nella narrazione alle metafore volute e ricercate, fino al nome dei personaggi. E, in effetti, sono numerosi i riferimenti alla simbologia di derivazione biblica, a cominciare dalla presenza del serpente (o dei serpenti), più volte temuti e annunciati dal personaggio di A-ra che cerca di scacciarli col bastone dal bosco, fino al morso che Man-su subisce da un serpente, di cui non si conosce il potenziale velenoso, prima di iniziare a mettere in atto i suoi propositi criminosi, e all’apparizione vera e propria del serpente davanti alla casa proprio quando deve avvenire il delitto. La connessione con il simbolo della tentazione e del peccato biblico e la caduta dall’Eden è ribadita dalla scelta di piantare un albero di mele sulla buca che nasconde gli smartphone rubati, ma anche il cadavere del secondo delitto, non un frutto a caso, ma proprio quello per cui gli umani hanno iniziato a discernere il Bene e il Male (e a preferire quest’ultimo). L’intento di richiamare questa simbologia è palese anche in altre scelte prettamente artistiche, come l’incontro tra Man-su e Beom-mo nella tavernetta domestica di quest’ultimo, con le loro mani che si uniscono esattamente come quelle della creazione dell’uomo nella Cappella Sistina di Michelangelo.
Inoltre, si è fatto ricorso anche ad altri simboli, alcuni derivanti dal substrato culturale buddista e confuciano tipicamente coreano (come il riferimento al maiale, richiamato in diverse occasioni, di solito simbolo di fortuna e di prosperità, o alle piante, le cui radici prosperano anche nella spazzatura ad indicare una nuova vita), altri connessi alla letteratura occidentale (lo Schiaccianoci protagonista del racconto di Hoffmann e dell’opera di Čajkovskij, che lotta contro l’oppressione del Re Topo per salvaguardare il suo regno, ovvero, nel caso di Man-su, la sua quiete familiare e domestica), fino a simboli più universali e archetipici: così il ricorso alla musica, vista come unica metafora di conforto per alleviare il male, che risplende in particolare nella bellissima scena finale con Mi-ri intenta ad ascoltare la musica della figlia e a liberare i suoi pensieri, ma anche l’utilizzo della plastica e della gomma – stivali di gomma, pantaloni di plastica, carta pellicola che avvolge la pistola, l’imbuto di plastica per forzare l’alimentazione – ad indicare la società odierna, che decide cosa è utile e cosa di scarto.
Infine, per quanto riguarda la scelta di alcuni nomi, mentre il nome del protagonista maschile è Man-su, a prima vista un comunissimo nome coreano, che sottintende in sé il significato buddista della longevità, ma racchiude anche l’assonanza con il latino “maneo” (di cui “mansus” è il supino) che indica l’azione di rimanere e, infine, suona drammaticamente bene nel gioco di parole tra “perdere il lavoro” e “perdere la testa”, la protagonista femminile si chiama Mi-ri, che in coreano indica qualcuno che vede le cose “in anticipo”, ma nasconde in sé un riferimento al significato ebraico del nome, connesso all’amorevolezza, ma anche all’amarezza e alla forza silenziosa e resiliente (nell’Esodo Miri è la sorella di Mosè e di Aronne).
C’è un’ulteriore minaccia velata e solo vagamente accennata in tutto il film, che diventa prepotente sul finale, quando Man-su sembra aver ottenuto la tranquillità che cercava: si tratta dell’intelligenza artificiale, vera dominatrice del cambiamento attuale della società neo-liberista, deus ex machina di un nuovo ordine che, prima, ha sfruttato le libertà individuali, per, poi, essere pronto a schiacciarle senza alcuna opposizione. “Ci serve solo qualcuno che accenda e spenga il macchinario e le luci e che controlli tutto“, dicono a Man-su durante l’ultimo controllo di lavoro. Ed è così che, nell’estremizzazione del suo adattamento libero e resiliente che mirava all’omologazione ai canoni di una nuova società gestita dal calcolo delle macchine e della produttività, Man-su trova la sua liberazione.
Laura
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