“Tra tutti i luoghi possibili, mi sono trasferita sull’isola di Ganghwa. Il posto più vicino al 38° parallelo, proprio di fronte alla Corea del Nord. Quando mia madre verrà a trovarmi, la porterò a visitare l’Osservatorio della Pace”.

Titolo originale: 기다림, Kidarim)
Autore: Keum Suk Gendry-Kim
Edito da Bao Publishing
Corea del Sud, 2020
Genere: graphic novel
Sono queste le parole finali, che riprendono in qualche modo quelle iniziali, della graphic novel “L’attesa” (기다림), pubblicata nel 2020 dall’illustratrice e fumettista Keum Suk Gendry-Kim ed inserito immediatamente dal Washington Post tra le migliori graphic novel dell’anno 2021, confermando la linea e l’apprezzamento critico nei confronti di un’artista, che fa con la china, la matita e il carboncino la stessa cosa che Han Kang riesce a fare con la penna e il portatile: delinea anime attraverso le loro storie, che diventano storie narrate e raccontate, come un’eco lontana di ricordo, eppure così tangibile e vera nel far comprendere come le vicende di piccoli e insignificanti umani siano inseriti in un contesto molto più ampio, quello della Storia, che travolge con sé e schiaccia tutto, corpi e vite, lasciando intatte solo le loro memorie.
La storia inizia sull’isola di Ganghwa, un’isola che si trova quasi al confine tra le due Coree sull’estuario del fiume Han, avamposto ultimo della Corea del Sud e parte della città metropolitana di Incheon, eppure separata solo da uno strettissimo braccio di mare dalla Corea del Nord, più volte invasa, continuamente rivendicata, al centro dei conflitti continui, ma anche sede dell’Osservatorio della Pace, come un faro che riesce a guardare su entrambi i territori coreani e ad abbracciarli con lo sguardo. Ed è su quest’isola che la protagonista e narratrice della storia, Jina, modellata in modo autobiografico sulla stessa autrice, si è trasferita, perché a causa della riqualificazione di Seoul e dell’aumento dei prezzi non riesce più a pagare un affitto troppo salato. Si sente in colpa, come se avesse abbandonato sua madre, Gwija, che si è rifiutata di abbandonare la sua vecchia casa nella capitale e di trasferirsi con lei per non vivere nuovamente uno sradicamento e non perdere le coordinate domestiche, come è sempre stata costretta a fare nella vita, per mantenere quella perenne linea d’attesa su cui ormai si è abituata a vivere.
In effetti, Gwija non è originaria del territorio sudcoreano. La sua patria si trova a nord, nella provincia dello Hamgyong meridionale, nella contea di Kapsan. Jina ha appreso tardi che i suoi genitori fossero profughi nordcoreani, quando nel 1983, in quinta elementare, era tornata tardi da scuola per essersi fermata a giocare e trovò la madre in lacrime davanti alla TV. La rete televisiva KBS stava trasmettendo una trasmissione intitolata “Alla ricerca delle famiglie separate”, che, storicamente, andò in onda in diretta per ben 138 giorni quell’anno, dal 30 giugno al 14 novembre senza interruzione. La trasmissione intervistava persone che avevano perso parenti e amici dall’altra parte del confine coreano, in quella Corea del Nord considerata ancora nemica, e si proponeva, così, di ricongiungere le famiglie e di mettere in contatto tra loro coloro che erano rimasti separati. Nella realtà, solo 10,189 persone riuscirono nel loro intento, una cifra esigua se si considera che ben 100,952 avevano presentato domanda e che erano innumerevoli coloro che contavano almeno un parente nel Nord. La madre di Jina – e la madre dell’autrice – era una di coloro che attendevano di rivedere frange della propria famiglia, perdute nel tempo di un attimo, sotto lo scoppio della guerra, e, purtroppo, era anche una di coloro destinata a rimanere senza risposta.
Questa è la miccia che fa scaturire la ricerca di Jina, ma anche la consapevolezza di essere nata da persone fuggite durante la guerra e con un passato drammatico alle spalle. I ricordi della madre si inseriscono all’interno come cuore della storia, circondati da una tripla cornice (quella della figlia adulta, che nel 2020 si è trasferita al confine con la Corea del Nord, quella del programma di congiunzione familiare del 2018 e quella dell’infanzia dell’autrice, quando ha narrato per la prima volta la sua storia).
Gwija è originaria dello Hamgyong meridionale, nella contea di Kapsan, nel territorio settentrionale della penisola coreana e proviene da una famiglia povera e legata alle tradizioni. La guerra arriva come un’ennesima sciagura dopo la fame più nera e l’occupazione giapponese. Quando nel 1944, le sorti della guerra sembrano peggiorare, tanto da intaccare la sua famiglia, i genitori decidono di farla sposare con un uomo di un altro villaggio, certi che fosse l’unico modo non solo per assicurarle un futuro migliore, ma anche per proteggerla dalla sorte di molto ragazze coreane, rapite o vendute ai soldati giapponesi come donne di conforto o sottoposte alle violenze dei contingenti militari di volta in volta occupanti.
Ed è così che, nonostante tutto, Gwija ha vissuto brevi tempi felici, fatti di attimi di quotidianità, della regolarità di ogni giorno, di un matrimonio costruito passo passo e di due figli arrivati come una benedizione di una famiglia unita. Fino a quando, in una mattina di fine giugno del 1950, arrivò di nuovo la guerra, questa volta vestita come un evento improvviso e inspiegabile, da cui era necessario trovare scampo, senza sapere come. Gli eventi costringono Gwija a mettersi in marcia verso sud con il marito e i bambini, in cerca di un futuro migliore, lontano dalle tragedie e dalle violenze del conflitto, ma nella lunga marcia di persone in fuga, costrette a dormire ammassate e a trovare riparo sotto le stelle, durante un bombardamento la folla di separa e Gwija e la figlia si trovano divise dal marito e dal figlio. E’ un attimo e le loro esistenze non si incroceranno più, circondati dal fumo della polvere da sparo e da una massa scomposta di umanità in fuga.
Gwija è finita al Sud con la figlia minore, senza trovare più il resto della sua famiglia, e, dopo la guerra si è adattata a fare innumerevoli lavori per sopravvivere e aiutare sua figlia, senza mai perdere la speranza di trovare il figlio minore. Poi, con gli anni, ha visto che quel destino non era solo suo, ma apparteneva a tante famiglie separate dalla guerra e dalla divisione della penisola coreana. Così Gwija ha incontrato un uomo con il suo stesso passato e, insieme, hanno deciso di formare una famiglia, quella in cui è nata Jina.
La storia è basata veramente su quanto accaduto alla madre dell’autrice rimasta separata dalla sorella allo scoppio della guerra di Corea.
Tra il 20 e il 22 agosto 2018, sul monte Kumgang, è avvenuto il 21esimo ricongiungimento familiare intercoreano, una prassi complessa regolata dalle norme internazionali e da accordi bilaterali tra le due Coree con il supporto della Croce Rossa con l’obiettivo di far incontrare dopo tanto tempo le famiglie separate, anche se per pochi attimi. Nei 21 ricongiungimenti tenuti fino a quel momento, solo 2000 membri di famiglie separate sono riusciti ad incontrare i propri parenti nel Nord, a fronte di 132.124 domande.
La madre dell’autrice non era tra le persone selezionate per l’incontro. Rimane ancora in quella paziente e calma attesa, che ha caratterizzato la sua esistenza, senza sapere se i suoi parenti siano vivi o morti, senza ricevere notizie o fotografie, solo nella speranza che, prima o poi, la sorella si palesi dal Nord, anche per pochi lunghissimi minuti, per rivedersi e sussurrare quella frase rimasta a fior di labbra per decenni:
“Grazie di essere sopravvissuta”.
Laura
