“Tutti hanno dei segreti. Hai qualche segreto anche tu? Qualcosa che mi stai nascondendo?”

Titolo originale: 지금 거신 전화는, Jigeum geosin jeonhwaneun (lett. “The Number You Have Dialed”)
Regia: Park Sang-woo & Wi Deuk-gyu
Sviluppato da Kwon Seong-chang e Scritto da Kim Ji-woon
Cast: Yoo Yeon-seok, Chae Soo-bin, Heo Nam-jun, Jang Gyu-ri, Im Chul-soo, Choi Woo-jin
Genere: Melodrama/ Thriller/ Mystery/ Romance
Parole non dette, parole rimangiate e sospese nel vuoto, come la nebbiolina di un vecchio bosco pieno di misteri, che sale lenta ad avvolgere in una morsa i viandanti. Perdersi in un labirinto fitto di suoni mai pronunciati e di pensieri che riecheggiano nel vento senza far rumore. Le relazioni umane sono costruite sulla base delle parole e della loro assenza, entrambi vettori di comunicazioni, latori di emozioni, di timori e di passioni. Laddove la voce non arriva, parlano i gesti, i movimenti, gli occhi. La mente si prefigge lo scopo di comunicare con ciò che è circostante per scambiare informazioni, apprenderne altre, diffondere sensazioni, a prescindere dalle parole stessa o, forse, proprio a partire dalla loro assenza, costruendo meccanismi per colmare il loro vuoto.
Ma cosa accade quando parole e gesti sono vuoti e privi di significato perché le parti chiamate in causa sono incapace di comunicare con gli altri e fra di loro? Jean-Paul Sartre diceva che “l’incomunicabilità è il tarlo profondo dei rapporti reciproci tra gli uomini“, perché ogni essere umano “appare nella pura individualità, nella sua disperata solitudine, nella sua passione inutile e senza senso di voler essere libero, di voler affermare sé stesso per il puro istinto di affermarsi, senza valori da realizzare, senza senso per le sue scelte“. Una monade solitaria che, nel non sapersi comprendere, non comunica con gli altri, come i due protagonisti del drama “When the Phone Rings“, incastrati in una nebbia di vettori comunicativi che imparano lentamente a cogliere, trovandosi e comprendendosi reciprocamente per arrivare a trovare e a comprendere sé stessi e, infine, a perdonarsi.
Baek Sa-eon (Yoo Yeon-seok di “Hospital Playlist” e “The Interest of Love“) è un brillante uomo politico, passato dalla carriera di giornalista e di presentatore del telegiornale al ruolo di portavoce presidenziale. Molti lo definiscono un predestinato, visto la provenienza da parte di una famiglia potente e rinomata in politica, erede di uno dei più grandi uomini politici del paese, di cui si dice che abbia fatto di tutto, tranne che diventare presidente. Nulla sembra minare la vita perfetta di Sa-eon, neppure un matrimonio di cui nessuno sa nulla, avvenuto tre anni prima con una cerimonia segreta e nascondendo quasi completamente l’identità della sposa, affinché non potesse diventare una debolezza nella carriera di Sa-eon.
Hong Hee-joo (Chae Soo-bin di “A Piece of Your Mind” e “Where Stars Land“) è un’interprete del linguaggio dei segni, nota per la sua bravura e la sua sveltezza, tanto da essere chiamata spesso al telegiornale per tradurre in simultanea le parole in gesti. Hee-joo soffre di mutismo selettivo, dopo che lo shock di un incidente stradale in cui è stata coinvolta da piccola insieme ai suoi fratelli le ha portato via la voce, lasciandole in gola parole mute e silenti. La sua naturale educazione, sobria e compita, e il suo atteggiamento gentile la fanno amare da colleghi e amici, tra cui lo psichiatra e youtuber Ji Sang-woo (Heo Nam-jun di “Sweet Home” e “When the Stars Gossip“) e la giornalista Na Yu-ri (Jang Gyu-ri), nonostante nessuno riesca a scalfire quel muro di riservatezza che la circonda e che custodisce intorno a sé e al suo matrimonio.
Sa-eon ed Hee-joo sono legati da tre anni con un matrimonio combinato dalle rispettive potenti famiglie, ma tutti ignorano anche solo che i due possano conoscersi e, forse, lo ignorano anche loro, trincerati da tempo dietro le trincee di una reciproca indifferenza, due estranei a cui è stato imposto di coabitare, ostaggio di un vincolo giuridico deciso da altri.
“Non illuderti del fatto che siamo sposati. Ti hanno mandato qui da me come mio ostaggio”.
Una notte, mentre sta rincasando dopo una cena con madre e suocera, Hee-joo si rende conto che i dispositivi della sua auto sono stati hackerati, tanto da farle perdere il controllo dei comandi fino a farla fermare in una strada buia e deserta, dove trova un uomo, che entra nella sua auto, puntandole un coltello alla gola. L’uomo ha con sé un cellulare manipolato per essere irrintracciabile e bloccato in modo che possa chiamare un solo numero, quello del marito di Hee-joo, Baek Sa-eon. Incapace di parlare e minacciata di morte, Hee-joo si trova impotente sul sedile di guida, mentre assiste alla telefonata che il suo rapitore fa al marito, per ricattarlo, dichiarandole di aver sequestrato la moglie e di essere disponibile ad ucciderla. Sa-eon, però, che è certo di aver mantenuto la segretezza sul suo matrimonio, non crede alle minacce dello psicopatico, invitandolo, anzi, a compiere quel folle gesto per essere preso in parola e destabilizzandolo con la sua certa opposizione.
Solo che Hee-joo non è mai stata muta, abituata a vivere dietro una maschera, vestendo i panni di un personaggio debole e remissivo, che le sono stati cuciti addosso da una madre arrivista e da una vita di finzione e incomunicabilità per essere accettata da una famiglia che non è mai stata la sua.
Hee-joo si libera da sola del sequestratore, senza dimenticare di prendere con sé quel piccolo e vecchio telefono bloccato che ora sembra apparirle sotto una luce diversa come una piccola scatola magica, unico filo diretto per arrivare all’anima di quel marito distante e freddo, per cui sente di provare un odio di cui lei stessa non può fare a meno per vivere.
“Pensi che non possa sentire, solo perché non posso parlare? Pensi che non riesca a provare emozioni? Non mi vuoi esporre agli attacchi indiscriminati? Allora, perché mi sento ferita e messa da parte? (…) Hai detto che sono la tua debolezza? Una debolezza è una ferita che rischia di infettarsi. Quando qualcuno la tocca, sanguini, premi e cerchi di difenderla disperatamente. Questa è una debolezza”.
Ed è così che Hee-joo decide di diventare 406, quel numero sospetto legato a quel telefono magico che ha minacciato suo marito, riprendendosi quella voce che per tutta la vita le è stata negata e costringendo il marito ad esporsi, con le parole, con i gesti, con tutta la comunicazione che non ha mai mostrato nei confronti della moglie, divenuta ora il centro delle minacce di un folle che sembra conoscere tutto della sua vita e che appare come stalker di sua moglie.
“Immagino che tu non abbia idea di come suoni tutto questo alle mie orecchie. Sembra che le tue minacce siano fatte per il beneficio di qualche altra persona”.
Il telefono si inserisce, così, nella vita familiare di Hee-joo e Sa-eon, divenendo mezzo di comunicazione, arma in grado di distruggere l’incomunicabilità in cui i due coniugi si sono rinchiusi, ma anche maschera tragica, che “copre” e “cambia” la voce vera di Hee-joo e, con una finzione shakespeariana, dà la possibilità di essere sé stessi, mentre scardina lentamente tutte le false certezze di Sa-eon, togliendogli la maschera dell’indifferenza e della freddezza per scoprire le passioni rimaste inespresse nel suo cuore.
Perché, se Hee-joo finge di soffrire di mutismo selettivo, Sa-eon soffre effettivamente di mutismo psicologico nella sua incapacità di comunicare con le persone a cui tiene di più, vittima di un processo di autocolpevolizzazione che lo priva della libertà di essere felice e di amare, bloccato nella sua sindrome dell’impostore, per cui è convinto di non meritare nulla.
“Se faccio uno sforzo per cambiare, promettimi che non farai più questa chiamata”.
E, in questo vagare come due monadi solitarie, convinte assertrici dell’incomunicabilità, i due coniugi iniziano a ritrovarsi reciprocamente, mentre parlano nell’anonimato, fino ad arrivare a squarciare quel muro fatto di parole non dette e a comprendersi anche solo con gli sguardi.
In tutto questo, però, non bisogna dimenticare che il drama è costruito fondamentalmente come un mystery/thriller, che richiama i vecchi k-drama di genere melo. Come tale, anche “When the Phone Rings“, che, poi, è il live action del webtoon “The Number You Have Dialed” di Geon Eomul Nyeo, ha bisogno di famiglie disfunzionali che circondano i protagonisti, second lead che diventano aiutanti preziosi e leali, colpi di scena e cliffhanger nei momenti più inattesi, personaggi fidati che si rivelano antagonisti e, soprattutto, un super villain degno di questo nome. Anche perché non ci sono solo le false minacce di Hee-joo nei confronti del marito, ma c’è effettivamente una mente misteriosa che gestisce un piano persecutorio nei confronti di entrambi i coniugi, decisa a riprendersi quella vita negata da un segreto rimasto nel passato delle loro famiglie e mai emerso. Scoprire, rintracciare e, poi, sopravvivere a 406 diventa una lotta contro il tempo per i due protagonisti e una lotta col fiato in sospeso per lo spettatore, decisamente compresso tra picchi diversificati in mezzo alle vicende del sequestratore e ricattatore e in mezzo alla lenta costruzione della comunicazione nella coppia.
“When The Phone Rings” ha avuto il merito di riprendere la narrativa dei k-drama degli anni d’oro, modernizzandola come una serie internazionale, inserendo un ritmo serrato nelle scene di attesa e una buona dose di adrenalina nelle scene d’azione, ma anche spalmando e allungando i tempi e le riprese degli sguardi, come se la videocamera volesse entrare nelle menti dei protagonisti.
Per riprendere quell’interpretazione hitchcockiana, che ci è tanto cara, una sceneggiatura simile sarebbe piaciuta forse anche al maestro del brivido, con una tematica relativa alle vite passate mai vissute e a quelle future serrate in un limbo di indecisione, al senso di colpa, all’autopunizione e alle diverse versioni recitate di noi stessi, ma soprattutto con una storia, la cui estetica ricorda “La donna che visse due volte” e che parla di una coppia innamorata, bloccata nella trappola dell’incomunicabilità.
“Alla fine, tu eri là. Quando nessun altro si prendeva cura di me, tu mi hai notata. Ogni volta che ero spaventata, correvi a salvarmi. Anche quando non dicevo nulla, anche quando non potevo gridare per avere un aiuto, tu eri l’unica persona capace di ascoltarmi”.
Laura
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Una opinione su "When the Phone Rings (ovvero trappola dell’incomunicabilità)"