“In alto mare l’acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso e limpida come il cristallo più puro, ma è molto profonda, più profonda di quanto riesca a raggiungere qualsiasi cima d’ancora, molti campanili dovrebbero essere messi uno sopra l’altro per arrivare dal fondo al pelo dell’acqua. Laggiù vive il popolo del mare”.
(Hans Christian Andersen, “La sirenetta”)
Ci sono piccoli film che entrano nella vita quasi per caso e lasciano dietro di sé un’eco lenta e dolente, come il rumore delle onde marine che sembrano celarsi in una conchiglia. “My Mother, The Mermaid” (인어공주, che letteralmente significa “The Mermaid Princess”, ovvero “La principessa sirena”), film sudcoreano del 2004, per me è stato così. Incontrato in modo del tutto casuale, in un catalogo di film su un servizio streaming in preparazione di una rassegna cinematografica, all’epoca non sapevo quasi nulla di cosa mi sarei aspettata di vedere: nulla degli interpreti, nulla delle haenyeo di Jeju, né delle leggende del mare. Eppure, sono rimasta così affascinata da quella semplicità poetica che ripercorre il ricordo di una vita, una narrazione che, nell’indagare sulle proprie radici, finisce per diventare una introspezione dell’animo dei protagonisti, una disamina di cosa voglia dire crescere, ma anche invecchiare, quando i sogni della giovinezza spariscono per lasciare spazio all’amarezza della vita. E, forse, è proprio grazie a questa piccola e peculiare visione, se, ogni volta che penso al mare coreano, mi vengono in mente le haenyeo, le sirene di Jeju, coloro che da secoli si trasmettono la cultura del mare, della pesca in equilibrio con l’ambiente e del potere di sapersi perdere all’interno degli elementi naturali.
Il film, all’epoca della sua programmazione, fu una delle pellicole più apprezzate da pubblico e critica, garantendo agli attori principali e al regista e sceneggiatore numerose candidature ai Baeksang, ai Blue Dragon Film Awards, ma anche al Buil di Busan, prevedendo un’attenta trasformazione, anche fisica, di due degli interpreti principali, Jeon Do-yeon e Park Hae-il. Nonostante l’atmosfera della pellicola ricordi molto quella di un romanzo, con flashback, che si incastrano perfettamente nella trama principale da diventare dei veri e propri viaggi temporali, in cui la protagonista stessa si ritrova a ri-vivere la storia passata dei suoi genitori, e diversi rimandi letterari, il soggetto è stato ideato totalmente da Park Heung-shik (regista e sceneggiatore di “Love, Lies” e di “Memories of the Sword“), che riesce a creare parole poetiche anche con una fotografia lirica, arricchita da luci di contrasto, e da Song Hye-jin (che ha ideato e prodotto la serie televisiva “Doctor Romantic“).
(Però, prima di continuare con la lettura, consiglio di recuperare un approfondimento dedicato alla tradizione delle haenyeo di Jeju: qui).
La risacca lontana del mare nel sonno senza sogni di Na-young (interpretata da Jeon Do-yeon di “Corso accelerato sull’amore” e “Kill Boksoon“), una giovane donna che la vita ha reso cinica e disillusa, incastrata nella routine di ogni giorno, tra un lavoro sempre identico e l’assistenza continua a genitori, che sembrano abitare su due pianeti diversi: mentre la madre (interpretata da Go Doo-shim, madre d’eccezione anche in “When the Camellia Blooms“, “Our Blues” e “My Mister“), nonostante l’età, continua a lavorare come massaggiatrice in una sauna ed è diventata aspra e collerica, incattivita col mondo e priva di pazienza nei confronti dei suoi familiari, il padre (interpretato da Kim Bong-geun, caratterista d’eccezione della filmografia sudcoreana anni ’80-’90) sembra rinchiuso in un silenzio sordo, emotivamente distante da tutto e da tutti, non più in grado di esprimersi e di tornare nel consorzio umano, abbandonato nel suo mondo astratto di sogni. Na-young fatica a capire il padre, ma gli dimostra una tenerezza iperprotettiva, e si scontra in continuazione con la durezza della madre, consapevole del fatto che anche lei si sta trasformando nella sua maschera fredda e ostinata. Per questo motivo, ha perso fiducia nei confronti dei rapporti umani, degli affetti e dell’amore: sicura che qualsiasi sentimento si trasformi, col tempo, nel matrimonio infelice dei suoi genitori, respinge in continuazione il suo fidanzato di sempre (interpretato dal compianto Lee Sun-kyun), perché il loro matrimonio sarebbe la tomba del loro legame.
Un giorno, però, improvvisamente, il padre sparisce. Si sveglia e, silenzioso come sempre, prende i suoi bagagli e si incammina per l’isola di Jeju, dove sono le origini della loro famiglia. Mentre la madre sembra indifferente a quell’ultima ostinata follia di un marito che considera inetto, Na-young si precipita a Jeju in cerca del padre, decisa a riprenderlo e riportarlo a casa. Ma la mente del padre è sempre stata altrove, legate a quei flutti blu, alla schiuma bianca che si frange contro gli scogli, a quell’odore di salsedine che entra sotto la pelle, alle montagne inerpicate per l’isola, ad una vecchia bicicletta da postino che percorreva, ogni giorno, chilometri sotto il sole.
Na-young non ha mai conosciuto il sogno in cui la mente di suo padre ha vissuto per anni, che altro non è che uno spicchio di passato felice. Cercare il padre per Na-young significa perdersi nelle tradizioni dell’isola, nelle memorie di famiglia e nel mare di Jeju, ma anche recuperare una storia di cui era sempre stata tenuta all’oscuro, quella di quando i suoi genitori si erano incontrati e conosciuti per la prima volta sotto un cielo immoto d’estate e di come si erano avvicinati e innamorati. Il padre, Jin-kook (interpretato, nei ricordi del passato, da Park Hae-il di “Eungyo” e molte altre pellicole), era giunto per la prima volta in quell’isola verde e azzurra, inviato come postino dalla sede centrale e, ogni giorno, percorreva monti e spiagge per consegnare lettere contenenti il mistero dell’alfabeto, quei segni remoti e quasi astratti per un popolo in gran parte analfabeta. Anche la giovane Yeon-soon, la madre di Na-young (interpretata, in un doppio ruolo, sempre da Jeon Do-yeon), che lega la sua folta chioma nera in due lunghe trecce e si immerge come haenyeo nel fondo del mare, rimane colpita dall’arrivo del servizio postale, con il suo affascinante messaggero, e dal mistero che quelle lettere da lui recate nascondono. Mistero che con pazienza Jin-kook decide di svelarle, insegnandole un po’ per volta a leggere e a scrivere e aiutandola a formulare le parole per spedire lettere.
Yeon-soon impara a scrivere e inizia a spedire a Jin-kook lettere d’amore che iniziano come brevi descrizioni della giornata per diventare sempre più lunghe ed esprimere tutta la purezza dei propri sentimenti. Jin-kook riceve e legge a voce alta le sue lettere, per scrivere a sua volta di rimando delle poesie che tratteggiano la bellezza e la spontaneità di Yeon-soon, quell’elevazione di un primo amore timido e raggiante, fatto di sorrisi e di sguardi di sfuggita, di risate fragorose, di prezioso tempo trascorso insieme, durante il quale tutto il mondo intorno sembra sparire e Jeju sembra popolata di creature marine fantastiche e straordinarie. Un mondo tutto loro, dove la mente di Jin-kook è rimasta ferma allo scoglio della fine della giovinezza, quasi per mantenere quell’incanto e quella poesia che una vita di miseria e di difficoltà ha tentato di annullare. Un ultimo ricordo di amore come ancora di salvezza per se stessi.
Con un espediente narrativo un po’ fantastico e un po’ metateatrale, Na-young entra nel passato e lo rivive, diventando confidente e amica di entrambi i genitori, in quelle versioni a lei ignote e distanti, eppure così vicine nella freschezza dei loro sogni giovanili. E, mentre loro parlano con lei di quella storia d’amore, lei riesce ad aprirsi e a confidare a loro i problemi e i timori che la attanagliano nel presente.
Conoscere la storia di un amore che finora aveva ritenuto quasi inesistente, considerato il mutismo del padre e l’asprezza della madre, porta Na-young anche a conoscere se stessa. La fierezza del suo orgoglio, quella parte dura e inavvicinabile che crede di avere ereditato dalla madre, non è altro che una maschera che serve per proteggersi, per nascondere e salvare quella parte sognante e romantica, quella incastrata su una spiaggia di Jeju a guardare l’orizzonte del mare e a leggere a voce alta poesia e lettere di un amore lontano, eppure così vero e intenso. Na-young comprende se stessa e i suoi genitori nello stesso momento, mentre capisce che la vita ha costretto tutti a cambiare e a trasformarsi, ad assumere quelle forme così inespressive e distanti per salvaguardare il ricordo della propria giovinezza e di quei sogni rimasti incompiuti a metà. Ma sono proprio quei ricordi a salvare, perché, per riprendere un’espressione shakespeariana, sono fatti della stessa sostanza dei sogni e perché possono illuminare il futuro in un modo diverso. D’altronde, giovinezza e senilità, con i loro estremi, sono le due età che più si somigliano, l’una caratterizzata dalle illusioni e l’altra dalla perdita sofferta di esse, quasi come se la seconda fosse un prolungamento della prima.
“La giovinezza non sparisce mai”.
Laura
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