“Non ho mai visto una luna così bella. Credo che lei stesse guardando la stessa luna. Ma per lei, la luna non era mai sembrata così bella. Ogni persona vede una visione differente della stessa cosa”.
Quando uscì per la prima volta nelle sale cinematografiche coreane (e non solo), nel 2012, la pellicola “Eungyo – A Muse” (은교) venne definita in diversi modi: un film d’autore, una peculiarità visiva di pura poesia, un pezzo unico nel suo genere, drammatico e melò, ma velato di noir, ma anche un film scandalo e censurato per aver messo in mostra la complessità dell’affinità tra una giovane studentessa e un poeta settantenne, senza tralasciare la tensione sospesa nell’aria di ogni più piccolo dettaglio. La cura dei particolari, la sceneggiatura lirica ed emotiva e la particolare delicatezza nascosta dietro al manierismo della sua fotografia, a dispetto del caso al limite dello scandalo trattato, ne hanno reso un pezzo unico, presenza fissa di festival e rassegne cinematografiche d’autore.
Inoltre, il film è noto per aver lanciato la carriera di Kim Go-eun con un ruolo difficile e rischioso, per cui ha ottenuto innumerevoli candidature (dal Buil Film Festival, al Busan Film Critics Award, dal Blue Dragon al prestigioso Baeksang), per aver contribuito al curriculum di piccoli e ardui ruoli scomodi di Kim Mu-yeol e per aver sottoposto l’attore protagonista Park Hae-il, già noto per le sue scelte d’autore, ad un tour-de-force estremo di trucco nella sua trasformazione fisica (nonostante interpreti un uomo che ha superato i 70 anni, l’attore, all’epoca dell’uscita del film, aveva solo 35 anni), necessaria per interpretare diverse età del personaggio affidatogli, mantenendo la verosimiglianza che un cambio di attore avrebbe fatto perdere. Infine, il regista, Jung Ji-woo (noto per i film “Happy End” e “Tune in for Love“, ma anche per il drama “Somebody“), si è ispirato all’omonimo romanzo di Park Bum-shin, autore sofisticato e provocatorio, considerato uno dei migliori scrittori sudcoreani degli ultimi decenni, narratore, romanziere e poeta insignito nel 1981 del Korean Literature Prize, che, con questo romanzo, ha voluto rappresentare la complessità della psicologia umana, bloccata tra desiderio inconscio e superego, costretta ad affrontare lo scorrere degli anni e del tempo.
E’ un’estate calda e torrida, una di quelle estati che sembra essere venuta fuori dalle pagine di un romanzo, immota e sospesa, come se volesse trascinare i mortali verso il peccato. Il settantenne professor Lee Jeok-yo (un incredibilmente trasformato e invecchiato Park Hae-il di “Memories of a Murder” e “Decision to Leave“), poeta, narratore e letterato, si ritira dalla vita accademica nella sua villa di campagna, una di quelle case immerse nella natura contorta e selvaggia del verde estivo, con le finestre sempre aperte, il vento che soffia dentro gli atrii le tende bianche, le poltrone di vimini incastrate negli angoli e pagine di scritti che ricoprono il pavimento dello studio, alternandosi a libri impolverati e a vecchi mobili di legno, perché “ad ogni mobile di legno piace mettere radici in un determinato posto“. Anche la casa di campagna ha piantato ben salde le sue radici nell’animo del professore, che risiede in solitudine nel proprio mondo popolato di fantasmi e di ricordi, mentre resiste alle lusinghe della società dei letterati, che vuole commemorarlo e premiare la sua opera nonostante sia ancora in vita, e alle iniziative del suo allievo ed erede, lo scrittore Seo Ji-woo (Kim Mu-yeol di “Sweet Home 2 e 3” e “La giudice“), che vive depredando la luce e gli onori del professore.
Il suo silenzio è ostinato, resiliente, carico di memoria resiste sotto un assolato cielo estivo, che priva quasi di forza anche i suoi fittizi ammiratori, crogiolando sempre di più il professore in un’impotenza letteraria di anni, da cui i suoi ricordi cercano di emergere prepotentemente, facendo riaffiorare agli occhi momenti frammentati di passato, di dolcezze e di dolori, che necessiterebbero di essere impressi dalla penna nei fogli bianchi di un diario, ma che faticano ad essere cristallizzati in parole. Fino a quando non incontra Eun-gyo.
Han Eun-gyo (una bravissima Kim Go-eun di “Goblin” e “The King: Eternal Monarch“, qui agli esordi della sua carriera) è giovane, innocente e spontanea e vive l’estate dei suoi diciassette anni nella noia soporifera del tempo che sembra non scorrere in avanti, bloccata tra un passato doloroso e un presente privo di appigli. Eun-gyo viene ingaggiata come aiuto domestica per la casa di campagna del professore, ma, di fatto, ne diventa, in breve tempo e in modo quasi del tutto inconsapevole, la sua essenza, perfettamente inserita tra quei mobili scricchiolanti legno, le giornate molli e assolate e le piante che si girano in contemplazione della luce che filtra tra le tapparelle chiuse.
“Solo perché la tua giovinezza è un premio per i tuoi sforzi, la mia anzianità non è una punizione per i miei peccati”.
Eun-gyo entra sottilmente nei pensieri e nei sogni del professore e si insinua in quei ricordi di giovinezza che chiedono di riaffiorare con tutta la forza, scaturendo un vortice di emozioni di cui lo stesso professore, nella compostezza stanca e amareggiata dei suoi 70 anni, non si credeva capace. Eun-gyo assume le sembianze del suo primo amore e si confonde con lei nella sua memoria, erede di quel primo afflato vitale della sua giovinezza, dei suoi sogni, delle sue speranze, della bellezza di scoprire per la prima volta l’amore, delle passioni travolgenti, ma anche del dolore di perderlo, della guerra, della separazione e della solitudine. Mentre Eun-gyo sonnecchia spossata dal caldo sull’enorme poltrona di vimini, la sua immagine entra nelle rime del professore e ne diventa poesia, seducendo i suoi ricordi e trasformandoli in arte.
Eun-gyo, con la brezza fresca dei suoi giovani anni che le permettono di vedere tutto in modo diverso, diventa la musa poetica del professore, riportandolo ad una giovinezza d’animo dei suoi anni perduti, e, intanto, lo stesso Jeok-yo assume un ruolo importante agli occhi della giovane, surrogato di una figura paterna mai conosciuta, ma anche della sicurezza e della misura pacata di cui lei, nella sua fame di vita e nella sua scomposta ricerca di sé, sente di aver bisogno per capirsi meglio, riflettendosi quasi nei suoi pensieri e nelle sue liriche senza saperlo.
“Non ho mai saputo di essere bella, finché non ti ho incontrato”.
Nonostante la tensione e la passione che sembrano aleggiare costantemente nell’aria, bloccate dall’immoto vento estivo, che alimenta il calore, il rapporto tra i due rimane sempre prettamente platonico: come Jeok-yo considera Eun-gyo la sua amante perduta dei tempi passati, che rivive nella sua memoria poetica, così Eun-gyo considera Jeok-yo il suo amante irrealizzabile del desiderio, dai contorni paterni e sicuri.
“Non so chi ti ha detto che le stelle sono belle, le stelle non sono né belle né brutte. Le stelle sono solo stelle. Agli amanti le stelle possono sembrare belle, ma alle persone affamate possono sembrare come uno snack gustoso”.
Ma l’estate, quando perde la sua luminosità e accumula le foglie secche, sembra ammantarsi di tragedia. Seo Ji-woo, che vive solo di luce riflessa del suo maestro, a cui ha rubato costantemente idee e scritti per le proprie opere, scopre la passione segreta di Jeok-yo per la giovane e come quel desiderio irrealizzabile nei confronti di Eun-gyo abbia alimentato la sua vena poetica e si appropria delle liriche di Jeok-yo per pubblicarle a nome proprio. Il professore, avvilito e umiliato dalla perdita, che gli ha portato via la poesia e una parte dell’anima, rattristato e in colpa per aver dato sfogo su carta ad una passione proibita, cede le armi e accetta impotente le minacce di Seo Ji-woo, chiudendosi nell’autunno della propria vita. Eun-gyo torna a scuola, il professore chiude la porta della propria casa e non le permette più l’ingresso, mentre accetta che i letterati lo onorino come se fosse ormai un pezzo da museo, lasciando la gloria del nuovo romanzo, che gli è stato carpito, al suo allievo.
Solo che Seo Ji-woo non è soddisfatto della sua vittoria, perché, per considerarsi davvero vincente, deve portare via tutto quello che il suo maestro ha e impossessarsi della sua stessa vita per sostituirlo del tutto. E, visto che Eun-gyo, con la sua spavalda innocenza, la sua freschezza sensuale e androgina e il suo bisogno di sentirsi amata, era per il professore la personificazione stessa dell’arte, Seo Ji-woo decide di portarla via con sé, assicurandosi il suo amore, la sua devozione e la perdita della sua innocenza verginale.
Arriva l’inverno. Cade un manto di neve che copre i rumori del mondo e nel silenzio si apre la voragine dell’oblio della memoria. Si sfuma il valore della musa poetica, si sfumano i ricordi del professore e le sofferenze del passato si confondono nelle ingiustizie del presente. La compostezza serena in cui risiedeva la sua estate si trasforma in un cupo rancore che rompe il ghiaccio invernale. E si consuma la tragedia, che aleggiava già nei primi raggi di sole della calda estate, pronta ad essere sepolta da un cumulo di fredda neve.
“C’è una scala presso il recinto. / Ho sempre voluto sedermi in una sedia simile. / Appartiene a te? / Sei venuta già dai boschi? / Dove vivi? / Vicino alla lavanderia a gettoni. / Adesso ti raggiungerò. / Addio”.
Laura
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