di (o, meglio, attribuito a) Wu Cheng’en – edito in Italia da Luni Editore
«Invece bisogna tener presente che tutto è niente, e respingere la polvere che ostacola la conoscenza. Il segreto del godimento naturale di una vita senza fine risiede nella semplicità e nell’abbandono dei desideri».
Questo non è un semplice consiglio di lettura per chi è appassionato di cultura e letteratura asiatica o chi, in ogni caso, vuole approcciarsi a conoscerla. Questo è IL consiglio di lettura, per eccellenza. E, se decidete di sfogliare questo enorme libro (perlopiù suddiviso in due volumi), non potrete che fare bene. Sto parlando, infatti, del classico della letteratura cinese “Il viaggio in Occidente” (西遊記 Xīyóu Jì), pubblicato anonimo nel 1590 e tradizionalmente attribuito allo scrittore ed erudito cinese della dinastia Ming Wu Cheng’en e ritenuto uno dei quattro grandi romanzi capisaldi della letteratura cinese, probabilmente basato su una serie di racconti mitologici e di leggende trasmessi in via orale nella tradizione popolare.
Per la verità, la narrazione del romanzo s’ispira ad un personaggio realmente esistito, il monaco buddista ed esploratore Chen Hui, detto in cinese Xuánzàng o Sanzang, in coreano Samjang, in giapponese Sanzo, in vietnamita Huyền Trang e in sanscrito Tripitaka, dal nome di tre canestri contenenti i rotoli delle sacre scritture buddiste. Proveniente da una famiglia di eruditi confuciani e di religione taoista, Chen Hui si sarebbe convertito al buddismo di provenienza indiana e, intorno al 629, avrebbe deciso di intraprendere un pericoloso viaggio lungo la Via della Seta per recarsi in India e studiare direttamente le scritture buddiste in sanscrito, progettando di portare una copia originale di esse in Cina per diffondere la dottrina buddista. Il viaggio fu ricco di avventure e di conoscenze, tanto che Chen Hui è paragonato in patria a Marco Polo, e il suo resoconto non solo è stato utile per numerosi storici e archeologi per ricostruire civiltà e monumenti andati perduti, ma è stato fonte d’ispirazione delle avventure del protagonista del romanzo “Il viaggio in Occidente”.
Solo che il monaco Tripitaka del romanzo, il cui sangue ha l’odore del fiore di loto, capace di richiamare a sé tutti i demoni, i fantasmi e gli spiriti del mondo sospeso a metà tra terra e cielo, è tanto spirituale, quanto sprovveduto e ingenuo, tanto che Buddha decide di affiancargli come custode e aiuto una divinità terribile e decaduta, il Re delle Scimmie Sun Wukong (in coreano Son O-gong, in giapponese Son Goku, in vietnamita Tôn Ngộ Không), mostro scaltro e approfittatore, costretto a servire il monaco grazie ad una coroncina che, posta sulla testa, si stringe intorno alle tempie, ogni volta che quest’ultimo rifiuta di obbedire. Durante il tragitto, però, la compagnia s’incrementa con altre figure mostruose e terribili, che non solo finiranno per proteggere Tripitaka e fargli portare a termine la missione (nonostante i molteplici pericoli e i demoni contrari), ma a cui il lettore non può non affezionarsi: il maiale Zhu Wuneng, lussurioso e dedito ai piaceri della carne; il demone fluviale Sha Wujin, anche noto come Sabbioso, timoroso, ma leale; un drago marino trasformato in cavallo…
I primi capitoli del libro sono dedicati interamente alla storia di Scimmiotto o, meglio, alla sua misteriosa nascita e forza, alla scalata al cielo e al trono dell’ Imperatore di Giada e alla sua condanna per aver aiutato gli umani contrariamente al parere degli dèi (un po’ come Prometeo). E, se qualcuno che legge ha visto il K-Drama “A Korean Odyssey”, sa di cosa sto parlando, anche perché il personaggio di Scimmiotto ha avuto così tanto successo in tutta l’Asia da essere diventato uno dei personaggi più amati e ricercati (dalle antologie per bambini agli eserciziari per stranieri per avvicinarsi alla lingua cinese/giapponese/coreana, dai monili alle sue reinterpretazioni in numerosi manga/anime, come One Piece, Inuyasha o Naruto, alla sua comparsa in videogiochi e in prodotti di merchandising, fino a venire citato nei discorsi programmatici di Mao Zedong).
Ma Tripitaka e Scimmiotto non sono personaggi comuni. Al di là del meraviglioso, del cui genere appartiene anche questo romanzo, del registro ironico utilizzato e delle avventure fantastiche descritte, tutto il viaggio adombra l’evoluzione spirituale dell’anima, propria della dottrina religiosa buddista, liberandosi dalle catene della superficie per ascendere al cielo. I pericoli che circondano Tripitaka e Scimmiotto, inoltre, sono anche la raffigurazione delle persecuzioni inizialmente subite dagli studiosi e religiosi buddisti da parte della classe dirigente confuciana e taoista in un periodo che temeva il diffondersi di una nuova religione, basata sul valore della libertà personale, come una base di conflitto allo status quo.
Comunque voi decidiate di avvicinarvi a quest’opera, con gli occhi di un bambino che scopre i draghi, dello studioso che eleva la propria anima o del ribelle che muta e adatta se stesso negli inganni del mondo, il contenuto di quest’opera va recuperato (per cui, se non volete/potete affrontare le lettura di centinaia e centinaia di pagine, ci sono anche delle ottime versioni ridotte e semplificate). Perché “non c’è nulla di difficile nel mondo, se non pensare che ci sia. Quando esiste la volontà, c’è sempre un modo”.
Ed io vi auguro che possiate finire ed iniziare l’anno con queste parole per non abbattere mai il proprio spirito.
Laura

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