Scrivere di crescita non è semplice, forse perché è la parte della vita che più ci affligge e ci determina. Avanziamo passo passo negli anni, ci imbattiamo in noi stessi durante l’adolescenza, ci formiamo nel carattere e nella personalità e veniamo a conoscere il mondo, scontrandoci talvolta anche in modo brutale. Quel passaggio di crescita è come una cicatrice che rimane impressa a fuoco sulla pelle: tutto ciò che viene dopo parte da questo momento e da come lo abbiamo vissuto. E si incontra una sofferenza senza fine, perché la crescita è anche la fase in cui meno ci riconosciamo nel mondo circostante, ancora chiusi nel nostro bozzolo, pronti a fuoriuscire e a schermarci, al tempo stesso, desiderosi di scoprire e, poi, offesi dalle nostre stesse scoperte, come feriti da una mancanza di lealtà, che il mondo ci offre impunemente, un tradimento dei nostri ideali e dei nostri sogni, eppure ancora così ostinati a realizzarli.
I romanzi di formazione sono sempre stati quelli che più mi hanno affascinato sin sa ragazzina, perché, prendendo spunto dalla costruzione di un personaggio e della sua personalità, affondano la punta della penna direttamente nell’analisi psicologica e nei cambiamenti dell’animo di tutti i protagonisti, persino di quelli meno tratteggiati (o tratteggiati a pennellate miste e apparentemente non impegnative). Per questo motivo, ho deciso di iniziare le mie recensioni “libresche” con questo viaggio diretto nella fase della crescita e nella sua sofferenza, quella che si scontra con il mondo esteriore e con il mondo interiore, dove i protagonisti si sentono al margine di una società in cui non si riconoscono, ma che comprendono meglio di chiunque altro. C’è una linea di connessione sottile, ma ben delineata tra il giovane protagonista del romanzo di formazione Almond, che parla da sé e, nel farlo, rilegge se stesso e ciò che lo circonda, e il personaggio principale del thriller Lemon, che si sviluppa nel corso di quasi vent’anni e attraverso le voci discordanti e disarmoniche di diversi narratori. C’è il filo della persistenza e della costanza, ma anche della capacità di affrontare un trauma e di superarlo, ognuno a suo modo, e di quello strano potere “magico” di essere “diversi” e “unici” all’interno della società, forse perché con le amigdale poco sviluppate o perché decisi a modificare il proprio aspetto. Sono due opere brevi, ma intense che vanno lette a qualsiasi età, perché aprono uno spiraglio su noi stessi.

Almond – Come una mandorla (아몬드)
di Sohn Won-pyung
(edizioni HarperCollins)
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L’alessitmia è una condizione psicofisica che identifica l’incapacità di identificare ed esprimere i propri sentimenti, a causa di mancata “crescita” delle amigdale, due neuroni a forma di mandorla che immagazzinano tutto lo spettro emotivo, rendendoci capaci di distinguere emozioni e sentimenti, di provare paura, di piangere, di sorridere. Solo che tutto ciò non è concesso a Yun-jae, apparentemente un comune adolescente, ma privo di pianto e di sorriso, quasi una tabula rasa nei confronti di emozioni che non è in grado di comprendere e di esternare. Per questo motivo, quest’apparenza fredda lo fa erroneamente reputare un mostro. Il lettore segue la vita di Yun-jae e la sua educazione emotiva, quasi facendosi prendere per mano da lui, scoprendo l’odore dei vecchi libri usati, la tenerezza di un abbraccio familiare, l’amicizia che travalica qualsiasi barriera, il batticuore inaspettato del primo amore e il timore di perdere gli affetti più cari. C’è tanto dolore, tanta inesprimibile sofferenza nella crescita emotiva e armoniosa di Yun-jae, tanta sopita empatia che rende questo ragazzo monocorde di una umanità incredibile, in un crescendo di sentimenti che lo forgiano ex novo.
Avvertenze: si inizia a lacrimare presto e, se le nostre amigdale sono così recettive a percepire le variazioni emotive, non si finirà facilmente, anche perché questo libro rimarrà nella mente e nell’animo, scavando un solco per sempre.
Postilla: sapete che questo libro è stato amato particolarmente da RM e Suga dei BTS, tanto che quest’ultimo gli ha dedicato la canzone “Amygdala”? Provate a leggerlo con queste note in cuffia.

Lemon (레몬)
di Kwon Yeo-sun
(edizioni ilSaggiatore)
“Nascere, vivere e morire: questo è quello che comunemente viene definito il ciclo della vita. Purtroppo non si può nascere, vivere e, tantomeno, morire in tranquillità. la vita è paurosa e terrificante, ma rinunciare a tutto questo, che in altre parole non è altro che la realtà, ci porterebbe ad un’esistenza piatta e banale”.
Iniziamo col dire che “Lemon” non è un libro semplice, eppure è un libro celere. O, meglio, è uno di quei romanzi, cha costruisce un rapporto quasi ipnotico con il lettore, breve, denso, a tratti lievi e fortemente colorati, a pensieri discostanti e variegati: si inizia a leggerlo e quasi non ci si ferma più fino alla parola fine (che, poi, una fine vera e propria non è). Al tempo stesso, però, è un romanzo complesso, bello e levigato come una pietra di fiume a cui sono rimasti intatte le punte acuminate. Non a caso, molti lo hanno paragonato alla prosodia lenta e stridente, ma anche verista e ipnotica di “Parasite”, che mette a nudo le onde più oscure della società sudcoreana, e, se dovessi paragonare a qualcuno la lucidità e la chiarezza della prosa di Kwon Yeo-sun, una delle più acclamate e apprezzate autrici sudcoreane, sarebbe immediato il confronto con il regista Bong Joon-ho.
La storia è tutta legata all’indagine (o, meglio, alle indagini) di Da-on sulla morte della sorella, Hae-on o Hye-eun, una ragazza di una bellezza incredibile e inarrivabile “sensualmente e meravigliosamente viva, come un uccello che sta per spiccare il volo”, ma anche inconsapevole della propria bellezza, svagata e infantile come una bambina, che perde la vita in un “abbagliante tramonto di giugno”, mentre si gioca la finale dei Mondiali di Calcio. Le indagini cadono subito su due compagni di scuola, il povero e stupido Han Manu, che, però, appare estraneo ai fatti, e il ricco rampollo di buona famiglia Jeong-jun, che ha un alibi di ferro. Passano gli anni e non viene mai trovato il responsabile del delitto, ma, in una catena di comportamenti equivoci, di voci nascoste e di sottili e orrende gelosie, Da-on si muove quasi in incognito, ossessionata dalla bellezza di una sorella che accudiva come una bambina e decisa se non a comprendere la verità, a scarnificare l’immagine dell’omicida e ad arrivare alla realizzazione di un suo senso di giustizia, un equilibrio ripristinato quello per cui potrà riniziare a credere in Dio.
Laura
