“Che senso ha vivere soltanto per sopravvivere?“
Qualche tempo fa, nel mezzo dei miei studi e delle mie sudate carte, dicevo che mi sentivo offesa dal mondo e dalla sua cruda realtà come Simon Bolivar in esilio a Curaçao. E, se qualcuno mi avesse chiesto a quale ignoto posto del mondo stessi facendo riferimento, sarebbe partito un lungo racconto sui possedimenti coloniali olandesi nelle Americhe, il fascino delle terre abitate dagli indigeni aruachi, i colori delle isole caraibiche, dalle alte canne da zucchero, il cielo color zaffiro e la moltitudine inspiegabile di lingue e di culture che si mischiano in una cacofonica e allegra Babele. E da qui sarebbe partita una naturale digressione su quello che è lo Stato più piccolo dell’America latina e che, propriamente, non è nemmeno latino, visto il suo passato olandese e, per una breve, ma considerevole durata di tempo, anche inglese: il Suriname o Republiek Suriname, ex Guyana olandese. Uno Stato minuscolo con una popolazione di poco più di 540.000 abitanti, tutti di etnia e lingua talmente differenti da aver trasformato il piccolo stato tropicale in un microcosmo variegato: i creoli discendenti degli Europei convivono a fianco di una folta comunità hindi arrivata all’inizio del ‘900, della comunità javanese arrivata nell’800, di etnie indigene varie, di ex schiavi africani, di immigrati provenienti dal Brasile e dagli altri Paesi dell’America latina, di mediorientali di cultura araba e, infine, di numerose e diversificate comunità cinesi (mandarini, cantonesi, hakka) e coreane. Ed è qui che parte in modo imprevedibile, eppure così veritiero la storia di Narco-Saints, a districarsi tra comunità etnico-linguistiche differenti, nel mezzo di guerre di mafia, contrabbando, narcotraffico e corruzione con più colpi di scena di un’inventiva hollywoodiana. Solo che è necessario chiarire da subito che qui di inventato c’è davvero poco. Anche perché, nonostante le sue piccole dimensioni, il Suriname si difende bene tra gli Stati più corrotti del mondo.
Non c’è niente di male a sognare di possedere una casa e ad avere una certa sicurezza finanziaria, tanto da poter garantire un futuro migliore per sé e per i propri figli – pensa Kang In-gu (interpretato da Ha Jung-woo, non un attore a caso, ma uno che ha conquistato i festival europei del cinema con The Handmaiden e il teatro con Aspettando Godot, Otello e molti altri lavori). E, naturalmente, non si può diventare ricchi con un semplice lavoro di meccanico, neppure se si riparano le auto della vicina base militare americana, a cui rifornisce, in modi non prettamente chiari, anche cibo e divertimenti vari (comprensivi di nuraebang, ovvero karaoke privati). Per questo motivo, si fa convincere da un vecchio amico ad imbarcarsi per il Suriname per trattare il commercio di pesce (le mante, più comunemente note come razze), sviando le regole ferree della pesca in Corea del Sud. Solo che, approdato in Suriname, incappa in una serie di incidenti e incomprensioni (anche linguistiche) con il cartello cinese e quello sudamericano e, accusato erroneamente di essere coinvolto nel traffico di droga, finisce in prigione. I suoi appelli di innocenza all’ambasciata sudcoreana hanno solo l’effetto di richiamare l’attenzione di Choi Chang-ho (sempre immenso Park Hae-soo, il Berlino di Money Heist: Korea e l’amico-nemico del protagonista in Squid Game), agente capo dei servizi segreti sudcoreani, che, da tempo, cerca di incastrare un pericoloso e inavvicinabile compatriota, emigrato in Suriname e ora a capo di un cartello di traffico di stupefacenti che è difficile incastrare: il pastore d’anime Jeon Yo-hwan (interpretato da un mefistofelico Hwang Jung-min, altra presenza importantissima del cinema, interprete della versione sudcoreana di Man in Love). Chang-ho convince In-gu a fingersi un intermediario commerciale interessato ad espandere il mercato della cocaina, portandola in Asia (dove, fino ai primi anni 2000, arrivava solo eroina) e a mettersi in contatto con il pastore, che dirige la sua impresa come un’opera di bene e la sua comunità come una vera e propria setta (ergo, preparatevi a scene di sottilissima violenza psicologica, come l’educazione degli adepti alla setta). Naturalmente, il contatto non è facile, né idilliaco, anche perché non solo il pastore sembra essere sbucato dall’inferno, eppure ergersi come ammantato da luce divina, ma anche perché è sempre circondato dal suo braccio destro, l’iroso e svitato Byeon Ki-tae (interpretato da Jo Woo-jin, che, dopo tanti ruoli secondari – compreso Goblin -, con questa serie si è aggiudicato il Baeksang come migliore attore non protagonista di un drama), e dal suo braccio sinistro, l’avvocato segalino David Julio Park (interpretato da Yoo Yeon-seok, il terribile samurai di Mr. Sunshine). Il compito di In-gu è di convincere il pastore a trafugare un certo quantitativo di droga nei polli destinati alla Corea, supportato dal socio con base in Brasile (interpretato sempre da Park Hae-soo, ma con brillantina sui capelli, camicie sgargianti e parlata sguaiata, un momento da non perdere anche per ilarità). Le cose, però, non vanno proprio secondo i piani (complice il pericoloso boss cinese Chen Jin – interpretato da Chang Chen, ovvero il dr. Yueh di Dune – uno che va in giro ad ammazzare gente col machete e che barrica Chinatown in qualsiasi momento), anche perché, da un parte, i servizi segreti americani fanno pressione per un cambio della missione, e, dall’altra parte, si diffonde la notizia nella setta della presenza di un ipotetico traditore (con tanto di momenti di panico per il nostro In-gu). Solo che, anche quando tutti vogliono ritirarsi dalla missione, saranno proprio la caparbietà e la determinatezza di In-gu a costituire la determinante chiave, perché “Non bisogna fermarsi, finché non si raggiunge l’obiettivo“.
In-gu è uno di quegli esempi di ostinata e muta resilienza del popolo coreano, abituato a lavorare e anche a soffrire, ad essere sradicato dalla sua terra e piantato altrove e, quindi, ancora più attaccato al proprio obiettivo e alle proprie radici, che solitamente coincidono nella preservazione e nella realizzazione della propria famiglia. Nessuna minaccia e nessuna preoccupazione possono turbare quest’uomo mite con gli occhiali e le camicie smorte, che sembra uscito direttamente da un romanzo di Graham Greene. In-gu è una nota grigio-scura in mezzo ad uno sfondo chiassoso di colori assolati, un uomo medio dalle capacità nascoste e mai in evidenza, che, anche quando può compiere gesta eroiche, non si veste mai del ruolo di eroe: “Quello che per te puzza come pesce, per me odora di soldi“. In-gu è il contraltare perfetto del pastore Jeon, uno che diffonde una diabolica empatia sia sui suoi sottoposti che sullo spettatore e che si autoinveste del ruolo di divinità: “La maggior parte delle persone vogliono credere in cose che non esistono nemmeno. (…) Ed è per questo motivo che Dio ha creato la cocaina. Le persone vanno pazze per le droghe“. L’uno è il lato opposto della medaglia dell’altro, così simili, eppure così differenti. Come risponde In-gu al pastore Jeon, che gli sottolinea la loro somiglianza nella comune ossessione per il denaro: “Quale albero ha le radici più salde se non l’albero dei soldi? Ma, dopo le tempeste, diventa difficile che si tenga in piedi“. E, allora, intervengono le sicurezze valoriali e familiari, che non solo sono lontane dal mondo del pastore, ma sono state da lui abusate e violate nella loro purezza, falsificandole come base di una religione di facciata. A questo punto, Paramaribo, la capitale del Suriname in cui è ambientata l’azione, diventa una Babilonia, in cui sia In-gu che il pastore Jeon si recano in cerca di fortuna e di gloria e, apparentemente, si perdono in una tentazione continua che mira a sviarli dalle intenzioni iniziali: la differenza tra i due è trovare la strada del ritorno, in base a quella sentinella interna che veglia sulle proprie reali credenze.
Sono tante le tematiche alla base di questa serie, che non è propriamente un k-drama, ma che, nella sua somiglianza con le serie di matrice occidentale, inserisce diverse critiche alla società sudcoreana e alla sua fame di evoluzione materiale, basata unicamente sulla capacità del potere e del denaro e sull’avvilimento dei legami affettivi e della dignità, considerati come delle debolezze. In particolare, emergono delle critiche puntuali e graffianti nei confronti della crescita economica sproporzionata e selvaggia degli anni ’90 e della sua caduta precipitosa dopo la crisi economica del Fondo Monetario Internazionale (la stessa tratteggiata magistralmente nel film Parasite), che, in un clima in cui valore personale e successo economico sono andati a coincidere, ha portato all’abbruttimento violento dell’aspetto umano. Un’altra critica feroce è rivolta al pericoloso ambiente delle sette religiose in Corea del Sud, che ha fatto leva spesso sulla povertà e la voglia di elevarsi delle persone, un fenomeno su cui hanno indagato anche numerose ricerche (tra tutti, si cita anche il documentario Fede e Menzogne su alcuni sedicenti pastori religiosi e sulle loro truffe).
Ultima postilla. La serie, che in originale si chiama semplicemente Surinam (수리남), ma che è nota internazionalmente come Narco-Saints o The Accidental Narcos (e, in Italia, come Narcosantos) vanta un primato unico, ovvero quello di essere stata boicottata proprio in Suriname e di aver guadagnato una denuncia da parte del Ministro degli Affari Esteri surinamese (nei confronti dei produttori della serie e della distribuzione di Netflix) per la cattiva immagine che veniva fornita del Paese e per le falsità celate all’interno della storia. Però, pare che, nonostante l’ispirazione proveniente dallo statunitense Narcos, la storia narrata da Narco-Saints sia, in realtà, ispirata ad un fatto reale, quello di un truffatore sudcoreano, Jo Bong-haeing, che, ricercato in patria per frode, emigrò in terra surinamese nel 1994, avviando una proficua attività di traffico di droga, che, all’epoca, conquistò anche il suolo europeo. Per il resto, vogliamo credere che ci sia stato un anonimo e pacato In-gu.
Consigliato: a tutti coloro che vogliono rileggere una storia di cronaca altrimenti ignota in modo lucido e quasi documentaristico; a tutti coloro che cercano un crime completo, serio e pulito, senza le sbavature a cui ci hanno abituato le serie americane; a chi vuole conoscere meglio alcuni attori, forse non troppo adoperati nel mondo dramoso o vuole capire perché Jo Woo-jin ha vinto il Baeksang (non posso fare spoiler, ma sappiate che è stato un premio meritatissimo); a tutti i fan di Park Hae-soo, perché, credetemi, la sua interpretazione vale la pena. Piccolo consiglio: la serie è presente sia in versione sottotitolata che in versione doppiata e, malgrado il doppiaggio sia ben fatto, se volete apprezzare quel variegato substrato di culture e di babele linguistica che è il Suriname, allora, guardatelo in lingua originale (o nelle lingue originali adoperate).
Captain-in-Freckles

4 pensieri riguardo “Narcosaints (ovvero andata e ritorno a Babilonia)”