“Credi che rivelare la verità possa portare a qualcosa di buono? Piagnucolare e lamentarsi non faranno cambiare nulla. (…) Non si può cambiare niente senza il potere”.
Prendete la teoria di Machiavelli, quella spesso travisata e abusata da discorsi pseudo-politici e pseudo-sociali ed eclissata nel brocardo “Il fine giustifica i mezzi“. Poi, epuratela da tutte le valenze negative di cui la società l’ha caricata e arrivate al cuore del problema, ovvero la creazione di una politica teorica avulsa da morale per rimanere quanto più oggettiva e super partes possibile. Infine, inseritela nel contesto attuale sudcoreano (e non solo, perché la teorica d’esempio è applicabile ovunque), che guarda ancora le ferite di un passato autoritario e non democratico e che viene periodicamente scosso da terremoti corruttivo-politici, abusi di potere, creazioni concupiscenti di sfere di influenza economico-sociale e criminalità altolocata. Mischiate tutti questi elementi e fondeteli per, poi, versarli in uno stampo di umana imperfezione e perfetta glacialità e forgiare un personaggio, che positivo non è, ma si carica dell’amoralità politica machiavelliana per lottare contro la stessa, usa e abusa del potere per regolare il discrimine presente nella società politica e, nel negare la morale, assurge un’etica dello Stato al di sopra di se stesso.
Già non appena scorrono le immagini della sigla iniziale e la fotografia in bianco e nero da cronaca viene interrotta da una colata di oro fuso che avvolge totalmente l’impeccabile protagonista, mentre si allaccia i polsini della camicia, siamo certi di non trovarci davanti ad una persona comune, così come sappiamo di non avere a che fare con il classico drama romance: lui è Jang Tae-jun (l’ottimo Lee Jung-jae, non un attore a caso, ma il protagonista pluripremiato di Squid Game), capo di gabinetto del deputato Song Hee-seop (un Kim Kap-soo – Sweet Home e Designated Survivor: 60 Days – istrionico e mefistofelico al tempo stesso), ma tutti nei palazzi del potere lo conoscono con il soprannome “La Vipera”, perché sanno che il veleno di Tae-jun è letale e che non molla mai un obiettivo fino a quando non riesce a raggiungerlo, senza farsi problemi dei cadaveri che potrebbe calpestare. Lo conosciamo, glaciale e mellifluo, mentre complotta contro lo stesso partito di appartenenza di Song Hee-seop, per compromettere la carriera altrui e far diventare il deputato per cui lavora Ministro della Giustizia. Un solo obiettivo, tante scacchiere: con colpi magistrali da abile statista, abbatte in un attimo il vecchio ministro, reo di essere stato coinvolto in uno scandalo di abuso di potere, e inizia la scalata ai piani alti, come una macchina da guerra mostruosa, rendendo orgoglioso il proprio staff, che dirige e amalgama in modo affiatato, e il deputato, di cui ha, lentamente, costruito la carriera. Perché, come afferma Jang Tae-jun senza scrupolo, tutti i mezzi sono leciti per arrivare alla propria meta e a chiunque lo rimproveri per la scaltrezza senza cuore risponde: “Questo è ciò in cui credo come Capo dello Staff“.
Se non fosse che questa prima facciata è solo una parte dell’obiettivo di Jang Tae-jun. Perché, come tutti sanno, la vipera non attacca mai in modo diretto, ma si nasconde tra le rocce e in luoghi impervi, sbuca fuori, quando meno te lo aspetti, e morde improvvisamente nel punto più scoperto e letale. E perché Jang Tae-jun ha delle profonde convinzioni e un’altissima etica di cosa dovrebbe essere la politica che “esiste per il bene delle persone” e sa che il deputato Song Hee-seop è quanto di più lontano possa esserci dal bene delle persone, per cui è necessario abbatterlo. Parte, dunque, per un obiettivo molto più recondito, che, col tempo, si trasforma in una fredda e cinica vendetta, la strada di Jang Tae-jun per ottenere potere (prima, come capo dello staff e, poi, come deputato) e per scoperchiare, passo passo, i mali di una politica putrida e malata. Il vero problema, secondo Tae-jun, è che “la nostra società è diventata immune e intollerante al dolore degli altri“.
Solo due persone conoscono parzialmente l’anima che Jang Tae-jun non mostra mai: il deputato Lee Seong-min (interpretato in modo commuovente da Jeong Jin-yeong, il detective di Bulgasal: Anime immortali), suo vecchio amico e collega ai tempi dell’accademia di polizia, politico idealista e indipendente, ma fragile nei confronti di un mondo che lo lacera nelle sue convinzioni e nei suoi ideali; la giovane deputata e portavoce del partito Kang Seon-yeong (interpretata dalla bravissima Shin Min-a, qui lontana dalla drammaticità intimista di Our Blues e dalla commedia romantica in stile Hometown Cha-Cha-Cha e My Girlfriend is a Gumiho), ex giornalista ed ex commentatrice politica, giurista brillante e coraggiosa nell’affrontare uno schieramento maschile ostile nei suoi confronti (“Devi, anzitutto, lavorare su te stessa, prima di aspettare di ricevere l’aiuto altrui” è il suo motto). Intorno, una squadra di collaboratori disciplinata come un esercito e agguerrita come un covo di vipere, tutti uniti per un medesimo e comune obiettivo che riscatta e riabilita la società stessa: la vice di Tae-jun, l’ex giornalista Yoon Hye-won (Lee Elijah, second lead in Fight for My Way), l’apprendista Han Do-kyeong (Kim Dong-jun, More Than Friends e Black), lo scova-notizie dei lavori sporchi Young Jong-yeol (Jo Bok-rae, Navillera e Pachinko), la fredda e dispotica team leader Lee Ji-eun (Park Hyo-joo), l’idealista e caparbio Go Seok-man (Im Won-hee, Move to Heaven).
Chief of Staff (보좌관 Bojwagwan) è un drama politico che mischia azione, thriller e legal, mantenendo una suspence altissima e un ritmo incalzante. A differenza di un drama come Designated Survivor: 60 Days, che potrebbe essere accostato per alcune somiglianze, però, in Chief of Staff nessuno si ferma mai un secondo nelle macchinazioni di guerra: è come essere costantemente in un campo minato, con in una mano “Il principe” di Machiavelli e in un’altra “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Tae-jun è un pericoloso e mortale scacchista che gioca in prima persona per il bene degli altri (per i suoi affetti e i suoi ideali colpiti e mortalmente feriti in passato, in particolare) e che è impossibile abbattere (ve lo assicuro, perché tentano di farlo fuori – anche fisicamente – in tutti i modi, ma quest’uomo riuscirebbe a dirigere un esercito persino in coma) e che, soprattutto, non si rilassa mai, così come lo spettatore durante la visione. Il drama è andato in onda in Corea del Sud tra il 2019 e il 2020 in due parti per un totale di 20 episodi da più di un’ora l’uno, ma non è un prodotto di facile visione, per cui consiglio un episodio – massimo due episodi – a sera, anche perché la materia giuridica e politica è molto complessa da gestire e apprendere (vengono menzionate commissioni d’inchiesta, audit di stakeholders, elezioni di seggi suppletivi e di speaker parlamentari, procedimenti giudiziari, insomma non elementi di tutti i giorni, materie ostiche persino per chi, come la sottoscritta, ha alle spalle studi giuridici e politico-istituzionali). Però, vale la pena vederlo, soprattutto per chi ha osannato serie come la statunitense House of Cards, perché, al contrario di quest’ultima, non vuole spettacolarizzare la politica, rimanendo ancorati alla costruzione di personaggi atrocemente malvagi nella brama di potere, ma perché vuole occuparsene nel suo senso più elevato del termine. Esattamente, come avevo scritto nella recensione di Designated Survivor: 60 Days, citando la definizione di politica secondo il presidente Mu-jin, la politica deve mirare a costruire il bene e deve essere gestita dalla partecipazione del popolo. Solo che, in questo caso, il percorso è più contorto e moralmente meno virtuoso, ma, non per questo, il giro di boa non è gradito. D’altronde, come insegna Sun Tzu, “la guerra si fonda sull’inganno” e “quando muovi, sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna“. A meno che tu non sia Jang Tae-jun, ovviamente.
Consigliato: a chi cerca un drama diverso dalle classiche storie d’amore o dalla coralità paesana; a chi ha amato drammi e thriller politici e complessità sociologiche; a chi vuole vedere Lee Jung-jae e Shin Min-a in ruoli diversi dal solito; a chi, come Tae-jun, sa risorgere più volte senza mai abbattersi.
Captain-in-Freckles

4 pensieri riguardo “Chief of Staff (ovvero Machiavelli, ma con redenzione)”