“Che sia dall’altra parte del pianeta o proprio davanti ai propri occhi, finché uno è al sicuro, non importa quanti altri muoiono. Non è l’umanità?”
Se siete qui, è perché avete già guardato e amato la prima stagione di Alice in Borderland, di cui avevamo scritto tempo fa (e di cui vi consiglio di recuperare l’articolo, anche perché è privo di spoiler). Se siete qui, è perché o avete divorato la nuova stagione oppure siete in procinto, un po’ spaventati e un po’ intimiditi, di iniziare gli otto episodi che compongono la seconda stagione. Ma, soprattutto, se siete qui, è perché non avete alcun timore a disperdervi nei meandri del Borderland, luogo ignoto e utopia malevola, dove tutti gli esseri umani godono della medesima eguaglianza, sottoposti a partecipare a giochi criminali per sopravvivere, anche a costo di uccidere il prossimo.
*** ATTENZIONE SPOILER ****
Dove eravamo rimasti?
Arisu (interpretato da Kento Yamazaki di The Door Into Summer e Death Note), Usagi (Tao Tsuchiya di Erased), Ann (Ayaka Miyoshi di Dance with Me), Chishiya (Nijiro Murakami di Rurouni Kenshin: The Beginning), Kuina (Aya Asahina di Tokyo Alice e del prossimo Red Shoes) e Tatta (Yutaro Watanabe di Mars, Under the Miracle Cherry e Forget Me Not) erano fuggiti dallo stato grottesco della Spiaggia dopo il delirio seguito al gioco della Caccia alla Strega e dopo la morte del Cappellaio e avevano scoperto la presenza di diversi master del gioco infiltrati tra loro o, meglio, per usare la terminologia cara alla nuova stagione e ai master stessi, avevano scoperto dei “cittadini” del meraviglioso mondo di Bordeland. Questi ultimi rappresentano le figure del mazzo di carte da gioco e sono padroni di game appositi: se si vuole scoprire il mistero celato dal Borderland e tornare a casa, nel vecchio mondo, è necessario passare ad un altro livello e fronteggiare direttamente i “cittadini”, ovvero le figure dei Re, delle Regine e dei Fanti. Purtroppo, per alterne vicende (dovute alle incursioni del Re di Picche), i nostri vengono separati sin da subito e si ritrovano così in game diversi: Ann, in mezzo a popolazione ignota, paga del suo vantaggio, cerca indizi e prove che possano spiegare l’arcano del mondo; Arisu, Usagi, Kuina e Tatta ritrovano un redivivo Niragi (interpretato dal sempre grandioso Dori Sakurada di Perfect Crime, Caffè e Vaniglia e Good Morning Call) e formano una squadra per affrontare il Re di Fiori e il suo team; Chishiya, solitario e logico, partecipa in un carcere di massima sicurezza al game psicologico del Fante di Cuori; e, poi, ancora, Ann e Kuina, già da sole due power women non da poco, insieme ad affrontare il Fante di Picche; Arisu e Usagi, in compagnia di un bambino senza genitori, cercano di salvare mezza umanità nella perfida scacchiera della Regina di Picche; Chishiya, sempre solitario e (credetemi!) nei game più emotivamente provanti persino per una persona fredda e priva di emozioni come lui, dibatte sul valore della vita umana per fare entrare in contraddizione il Re di Quadri. Non posso raccontare tutti questi game nel dettaglio, ma posso dire chiaramente che il livello di scrittura è altissimo, superando addirittura quello della prima stagione e arrivando alla disanima di eguaglianza, valore umano e dispregio della vita di Squid Game. Ogni game fa capire che cos’è l’essere umano, nella peggiore, ma anche nella migliore delle ipotesi, cosa è disposto a perdere per sopravvivere e cosa può guadagnare nella vicinanza con gli altri, e distribuisce gli atti di eroismo spontanei proprio per eliminare le caratteristiche eroiche stesse, che non possono esistere in un mondo così perfidamente ed emotivamente umano, ma sopravvivono dentro ognuno di noi, a causa della nostra unicità. Ogni game acquisisce un valore a sé per le riflessioni che fa scaturire e che dovrebbero essere riportate pari pari, anche perché non si affronta più solo la genialità creativa dei master che possono mettere a dura prova la pazienza e il panico, ma si affrontano gli esseri umani celati dietro i master, con le loro paure, le loro grandezze e le loro debolezze, le loro contraddizioni e i loro ideali. Su tutti, due momenti che valgono il ricordo: il dialogo tra Arisu e il Re di Fiori (interpretato in modo magistrale da Tomohisa Yamashita, che recita per tutto il tempo senza vestiti) fa comprendere ad Arisu la capacità di ascoltare gli altri e rinunciare ad una parte di se stessi come qualità motrice di un leader e il valore della libertà; il quasi soliloquio di Chishiya a cui corrisponde, come su un palco teatrale, il quasi soliloquio del Re di Quadri (interpretato da Tsuyoshi Abe, che è diventato famoso negli anni 2000 per la versione giapponese – quella originale – del drama Boys Over Flowers) sul valore e il disvalore di giustizia ed eguaglianza e sull’espiazione come ultima fatale scelta di vita. I nostri personaggi crescono e maturano, mutano nelle proprie pretese, acquisiscono coraggio, umanità, compassione, comprendono che non è più solo una questione di sopravvivenza, ma di vita umana e, come tale, non è possibile compiere sempre e solo delle scelte egoistiche perché ogni singolo atto si riflette sugli altri. E solo in questo modo, tutti i personaggi che avevano rifiutato il mondo per trovarsi al loro margine decidono di uscire dal Borderland e di tornare nel consorzio umano con l’ultima fatale battaglia contro il Re di Picche e il game finale – diabolico nella sua mancanza di violenza vera e propria e nella sua perfidia psicologica – contro la Regina di Cuori, che si rivela essere Mira (interpretata da Riisa Naka di La ragazza che saltava nel tempo e Mothers in Love), la master infiltratasi precedentemente a fianco del Cappellaio.
Ma che cos’è per davvero il Bordeland? E che cos’è di riflesso la terra d’origine? Vale davvero la pena tornare dal Borderland per prendere di nuovo possesso della propria vita?
La seconda stagione di Alice in Borderland ci pone davanti ad interrogativi esistenziali e idealisti (quasi hegeliani, per la verità) che rimescolano le carte del giusto e dell’ingiusto, dell’equità e della pietà e scavano nel profondo, lasciando voragini che ognuno può colmare solo personalmente. L’autore fa un passo ulteriore rispetto alla prima stagione e “rompe” – metaforicamente – lo specchio: come nel seguito del romanzo di Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (e quello che Alice vi trovò), pure Arisu oltrepassa lo specchio che separa realtà e illusione e che è, al tempo stesso, quella sottile patina che spartisce il livello inconscio, ego e super ego (arrivare all’ultimo game della Regina di Cuori per capire il reale significato di uno specchio che rimane impercettibile, eppure sempre presente in tutti gli episodi). D’altronde, accanto al protagonista, il cui nome, scritto in katakana (アリス), è identico alla trasposizione del nome inglese Alice, tutti i personaggi hanno rappresentato un elemento presente nei romanzi di Carroll: Usagi, che in giapponese significa “coniglio”, è appunto il Bianconiglio inseguito da Alice nel paese delle meraviglie; Mira, il cui nome ha molteplici e complessi significati in giapponese (tra cui verità e bellezza), ma che in altre lingue può essere tradotto anche come “regina” e come “specchio”, rappresenta la Regina Rossa; Ann, che è sempre vestita di bianco, è stata il contraltare di Mira per tutta la prima stagione e sostituisce il corrispondente inglese Ann (scritto in katakana アン), dal significato ebraico di “grazia”, al suo nome originale giapponese An, è la Regina Bianca; Kuina, che porta i capelli con i mille dreadlocks come se fossero tante gambe, tiene sempre in bocca un lecca lecca come se fosse una sigaretta e ha fatto una transizione fisica come un bruco che diventa una farfalla, è il Brucaliffo (che, non a caso, in inglese è Caterpillar, scritto in katakana come Kuina); Chishiya, con il suo sorrisetto ambiguo e lo sguardo distaccato, abituato ad apparire e scomparire quando vuole, inserito in società eppure al di fuori di essa, è il Gatto del Cheshire (che, non a caso, in katakana si avvicina alla pronuncia del nome Chishiya); Niragi, il cui nome in giapponese è una combinazione delle parole usagi, “coniglio”, e nira, “cipiglio”, ma che contiene anche il termine ni, “tre”, è la Lepre Marzolina (marzo è il terzo mese dell’anno)… E potremmo andare avanti fino all’infinito, con qualche caso di interpretazione ancora abbastanza arduo (come Aguni, detto Agni o Mori-chan, che dovrebbe essere il Bandersnacth, perlomeno a giudicare dal suo comportamento inizialmente ondivago e, infine, leale nei confronti di Arisu). Per gli appassionati di collegamenti e metafore, non sfuggirà il rimando al gioco degli scacchi e al croquet, dove non serve vincere, ma basta terminare tre infinite partite consecutive.
Postilla: occhi bene aperti nel finale poco prima dei titoli di coda, che riserva una sorpresa anche per un ipotetico seguito.
Consigliato: a tutti coloro che hanno amato Alice in Borderland (perché proseguire è d’obbligo) e che affrontano senza timore mondi distopici e alternativi, ritrovando, talvolta, anche un’altra versione di se stessi; a chi ha apprezzato i terribili giochi di Squid Game e, in generale, i drama intensi e adrenalinici; a chi vuole riflettere sul valore della vita umana, magari con il sorriso stravagante e amaro di Chishiya (che è il personaggio preferito di chi scrive).
Captain-in-Freckles

5 pensieri riguardo “Alice in Borderland 2 (ovvero l’orrenda meraviglia della sopravvivenza)”