“Il futuro non è una linea dritta, ma è piena di incroci. Deve esserci un futuro che possiamo scegliere da soli“.
Si dice che l’anime perfetto non esiste, ma esiste Akira, che ha fatto riconsiderare il concetto di perfezione e che, dagli anni ’80, rimane una pietra miliare nel panorama dell’animazione giapponese, uno spartiacque tra una certa tipologia di storie di fantascienza e la loro evoluzione distopica. Perché Akira è un’ampia e complessa orgia di adrenalina e metafisica, di meccanicismo e di umanità, di metafore e di creazioni anaforiche, addensate con una visività potente e violenta e una narrazione cruda e angosciante, che accresce come in un climax e distrugge in una sola volta sia la linearità del passato che la certezza del futuro, facendo rimanere, però, intatta la luce remota di una speranza, una piccola e fragile umanità che si pone alla fine del mondo e che ne rappresenta la sua vera e inconsapevole bellezza.
ATTENZIONE!, perché Akira non è un anime adatto a tutti, ma, a causa della sua complessità e della crudezza violenta di fatti e scene, è una visione altamente sconsigliata a soggetti impressionabili e di cuore sensibile e necessita di una preparazione preventiva dal punto di vista emotivo.
16 luglio 1988: durante la Terza Guerra Mondiale, un enorme fungo atomico rade al suolo la città di Tokyo, quasi memoria malefica dell’incubo di Hiroshima e Nagasaki, sterminando gran parte della sua popolazione. Trentuno anni dopo, nel 2019, Tokyo è stata ricostruita un po’ più ad Est di dove era collocata prima, ma la Neo Tokyo è una città violenta e volgare, dove imperversano crimini di ogni sorta e il sangue scorre copioso per le strade, una città cronologicamente giovane, perché gli anziani o sono morti o l’hanno abbandonata, ma moralmente deplorevole, specchio della corruzione politica di chi la gestisce e della bruttura dell’animo di chi vi vive. Bande di motociclisti e anarchici di ogni sorta si fronteggiano e terrorizzano le strade, in uno scenario cyberpunk e post-apocalittico, che sembra uscire direttamente dalla mente di Philip K. Dyck (Blade Runner, in primis). Una notte, durante uno degli scontri tra motociclisti, un uomo tenta di proteggere un bambino, ma, quando viene raggiunto e freddato dalle forze di polizia, ci si rende conto che quel bambino ha l’aspetto di un anziano e uno sguardo ascetico che sembra guardare altrove. Spaventato dall’uccisione del suo protettore, il bambino anziano urla e svanisce nel nulla. La sua voce distrugge tutti i palazzi circostanti, lasciando allibiti i giovani motociclisti che assistono alla scena. Tra di essi, si distinguono, in particolare, Kaneda, giovane capo di una gang di motociclisti, in apparenza duro, ma, in realtà, altruista e generoso nei confronti degli altri, e Tetsuo, il componente più giovane della gang, diviso tra l’ammirazione e l’invidia per il suo mentore, chiuso, tendenzialmente violento e fanatico. Dopo essersi scontrati contro una banda motociclista rivale, Tetsuo si imbatte nel bambino anziano già incontrato, ma nel tentativo di inseguirlo rimane gravemente ferito in un incidente. Mentre la sua banda tenta di soccorrerlo, appare l’esercito (il Giappone è gestito da una dittatura militare che ha preso il potere con un colpo di stato in questa ricostruzione distopica), che preleva Tetsuo e lo sottopone ad una serie di esperimenti di laboratorio. Tetsuo viene attaccato ad un misterioso macchinario che reca evidente la scritta “Akira” e inizia ad avere una serie di allucinazioni, dove conosce i tre bambini anziani definiti “esper”, cioè degli individui con capacità extrasensoriali e paranormali, creature superiori in grado di connettersi con un’entità divina e onnipotente, unica detentrice di tutte le risposte, di nome Akira, appunto. Mentre Tetsuo inizia il suo viaggio divino, che lo porterà a scoprire le sue capacità extrasensoriali e ad accogliere in sé Akira stesso, Kaneda e i suoi compagni si mettono alla sua ricerca, nel tentativo di liberarlo dai militari, e si imbattono in Key, una ragazza misteriosa e solitaria, che si rivela essere una spia di un’organizzazione ribelle e anarchica, che sta indagando sul “progetto Akira”, un fondo per cui lo Stato continua a stanziare investimenti e che pare connesso con l’esplosione nucleare di 30 anni prima e con le sorti della guerra. Appreso ciò, Kaneda tenta di salvare l’amico, ma Tetsuo, nel frattempo, si è votato ad un piano personale, che è delirio di onnipotenza e delirio di distruzione, accogliendo in sé tutto il potere di Akira e accettando di perdere la propria umanità per diventare egli stesso una creatura amorfa e informe, ospite della misteriosa e divina entità, che si rivela essere una costruzione criogenetica di fili e tessuti umani, disponibile ad esplodere e, quindi, a farsi esplodere e a distruggere l’umanità per ricrearla dalle fondamenta.
E, a questo punto, lo scontro con Kaneda diventa di una rilevanza particolare, perché adombra lo scontro titanico tra essere umano ed entità ignote, divine, malefiche, distruttive ed autogeneranti, che l’essere umano, sbagliando, crede di poter contenere, ma che lo prevaricano e lo divorano, agendo dall’interno delle proprie aspirazioni e delle proprie emozioni. Senza morale e senza forza interiore, l’uomo che crede di poter accogliere in sé Akira diventa divinità, ma una divinità distruttiva e apocalittica che rende l’uomo stesso un’Apocalisse. Come riprendendo la teorizzazione di Ivan Karamazov nel romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, l’uomo senza morale e senza Dio può tutto, ma è una potenza degenerante e cattiva che lo porta verso il male e, rendendo possibile il parricidio, lo trasforma in divinità distruttiva, fino a portarlo alla sua totale estinzione, al suo annullamento fisico e spirituale.
La speranza, però, c’è e rimane intatta, rappresentata da Kaneda e, in parte, anche da Key, ovvero da coloro che non si sono piegati alla bruttura morale del mondo, ma che, pur comprendendo i propri limiti, tentano non di distruggerlo, ma di ricostruirlo da capo, anche dopo una violenta tempesta nucleare, partendo dalla base dell’umanità e della comune fratellanza. Kaneda, al contrario di Tetsuo, non ha aspirazioni divine e non desidera colmare il suo corpo con l’entità superiore con cui entra in contatto, ma, mantenendosi distante, parte dal basso, dall’essere umano stesso, nel tentativo di elevarlo e di portare equilibrio nel caos con la scoperta della morale, quasi un’etica kantiana, in assenza della quale la comprensione del divino diventa cieco fanatismo (come quello di Tetsuo, ma anche del gruppo di violenti credenti che mi hanno ricordato molto i seguaci di Hellbound). La speranza, accompagnata dalla morale, rimane, anche quando il fanatismo amorale si annulla in se stesso e scompare, ed è la vera risposta per fronteggiare il male del mondo.
C’è anche una lettura politica e pragmatica che è possibile aggiungere: Tetsuo è il Giappone del dopoguerra, quello colpito dalle bombe atomiche, dal fanatismo politico e dalla sconfitta, il Giappone ferito e tradizionale che ha dovuto piegarsi al gioco della morale occidentale, ma che non comprende più se stesso, rischiando l’esplosione e l’implosione, mentre Kaneda è il Giappone moderno, quello che dovrebbe venire fuori da un avvicinamento fraterno tra i popoli, che si basa su un’etica transnazionale e omnicomprensiva e che parte dal valore dell’uomo stesso. E, infine, Tetsuo è anche la tecnologia e l’innovazione incontrollata e senza limiti, la cosiddetta Bomba, che porta la novità e brucia la certezza di ogni cosa, destabilizzando le fondamenta, mentre Kaneda è l’Uomo, ovvero l’essere umano nelle sue fragilità e nelle sue miserie, nello splendore che lo caratterizza anche nella debolezza e che lo forgia.
Il film anime Akira, scritto e diretto da Katsuihiro Otomo e considerato ancora il suo capolavoro, è basato sull’omonimo manga di Otomo del 1982 ed uscì nelle sale cinematografiche giapponesi e non solo proprio nell’estate del 1988 (ovvero quando inizia la storia narrata nell’anime). Fu uno dei film più costosi mai prodotti in Giappone e tuttora ne rappresenta un vero e proprio cult del genere, imperdibile per gli appassionati. Nel 2021, in concomitanza con le Olimpiadi di Tokyo, il manga è stato riedito in nuovi volumi, mentre il film è stato ripulito e ha raggiunto in questo modo i canali di streaming di tutto il mondo.
Un’ultima curiosità sul termine Akira, con cui viene definita l’entità criogenetica e divina che sovrasta tutto il film. In giapponese il termine akira vuol dire “brillante, luminoso, chiaro” e può essere scritto con kanji differenti a seconda dell’accezione che si intende dare al termine. Il titolo del film, in originale, però, è scritto in katakana (アキラ), ovvero secondo la pronuncia, in modo che ognuno possa accostare il significato e l’accezione più consona a ciò che rappresenta. Come un modo diverso di percepire la presenza trascendente della divinità.
Consigliato: ai cultori degli anime e del genere fantascienza distopica e cyberpunk; a tutti coloro che hanno amato Philip K. Dyck e, in particolare, le sue narrazioni in Blade Runner e Minority Report (perché i riferimenti fioccano); a chi vuole scoprire un gioiello dell’animazione anni ’80 che ha ridefinito i canoni.
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