The Law Cafe (ovvero la meravigliosa complicità di supportarsi a vicenda)

“Avere delle persone dalla tua parte può essere una consolazione sufficiente per aiutare gli altri a risollevarsi. Perché è un sentimento così contagioso da rimarginare le ferite”.

CI sono dei drama che fanno bene alla salute fisica e mentale, perché sanno divertire, far sognare, emozionare, insegnare e confortare allo stesso tempo: producono, insomma, i cosiddetti ormoni della felicità, come se mangiassimo cioccolata, passeggiando in una tiepida e colorata giornata primaverile/autunnale accanto alla persona amata dopo aver superato un’importante prova d’esame, con le note della nostra colonna sonora preferita in testa. La visione di The Law Cafè, che attendevo da tempo non solo per la presenza di Lee Seung-gi e la sua reunion con Lee Se-young dopo A Korean Odyssey, invia al cervello tutti quei neurotrasmettitori che fanno incrementare la felicità o che, quanto meno, scacciano le tenebre della depressione: nei primi episodi, le zuffe tra i due protagonisti (vedere gli assalti di lei alla pacifica tranquillità casalinga di lui per credere) e le loro confidenze ad una fittizia videocamera – con tanto di fumettino animato di incoraggiamento – aumentano la serotonina del buon umore; la loro alleanza, la vittoria delle cause in tribunale e il mini concerto rock alimentano la dopamina che dà un senso di piacevole euforia; la complicità di un piccolo gruppo che lotta contro le prevaricazioni dei grandi e la sicurezza della vittoria dà un’impennata all’adrenalina della forza; lo sguardo di lui, carezzevole e timido, con gli occhi abbassati e la fossetta sotto il labbro, e gli occhi che divagano di lei, mentre sente una sottile e piacevole fitta al cuore (o le farfalle nello stomaco), ci riportano la dolcezza del primo amore e della feniletilamina della gioia; l’unione di coppia e il reciproco supporto appaga perfettamente l’ossitocina che regola l’ormone dell’amore; il finale con la risoluzione di tutti i problemi – mai da soli, ma sempre insieme – riduce l’ansia e lo stress della vita quotidiana, appianando i livelli di gaba, l’ormone della serenità. Tutto questo viene prodotto dai 16 episodi di questo drama, che, con una sceneggiatura brillante e coinvolgente e un’apparente leggerezza di narrazione, unisce commedia romantica, legal drama, introspezione psicologica e, a tratti, anche elementi inaspettati da thriller e da action, senza mai perdere il filo e costruendo personaggi straordinari, che sono andati oltre le mie aspettative.

Kim Yu-ri (Lee Se-young, protagonista di The Red Sleeve e Doctor John) è talmente adorabile e carina che, da piccola, ha vinto pure un concorso di bellezza, se non fosse per il suo carattere passionale e irascibile, che si infiamma facilmente ogni volta che s’imbatte in ingiustizie e prevaricazioni e che, agli occhi di tutti, la rende lunatica ed esuberante. Quasi rispondendo alla sua esigenza di appianare l’ingiustizia e di stare dalla parte dei deboli, abbandona il suo lavoro come avvocato in un importante studio legale per inseguire il suo sogno: aprire una graziosa caffetteria in periferia che comprenda al suo interno un piccolo ufficio di consulenza legale, così da prestare la propria abilità di avvocato a tutti coloro che chiedono pareri legali, ma che spesso non hanno i soldi (e, talvolta, nemmeno il coraggio) di assumere un legale: “In base alla mia esperienza, so che la vita può essere molto difficile. E, quando ti abbatte, hai improvvisamente bisogno di qualcosa di cui non ti sei mai curato prima. Hai bisogno della legge. Ne hai un bisogno disperato”.

Il problema è che il suo nuovo padrone di casa si rivela essere Kim Jung-ho (Lee Seung-gi, che potete recuperare anche in Vagabond, My Girlfriend is a Gumiho, You’re All Surrounded e diversi show televisivi), un suo ex compagno di scuola e di università, iperintelligente e con una memoria eidetica, collega di notti insonni di studio sui codici e quasi migliore amico o quasi finto fidanzato, fino a quando non ha deciso di evitarla e di sparire completamente dalla sua vita. Jung-ho è un ex brillante procuratore, che, improvvisamente, è entrato in conflitto con il padre procuratore capo del tribunale, si è licenziato (con uno di quei licenziamenti scenici alla Jerry Maguaire e alla Bridget Jones) e ha abbandonato la sua vita precedente, decidendo di trascorrere le sue giornate in tuta e ciabatte (look casual, tradizionale e vintage, per parafrasare le sue parole), portando a spasso il cane, giocando a carte con le vicine di casa, prendendo il sole in una mini piscina per bambini e scrivendo, di notte, un ignoto e misterioso webtoon: “Ma è per questo motivo che te ne stai seduto con i pantaloni della tuta sul tetto a non fare nulla?“, lo ammonisce Yu-ri; “Sì, non fare nulla è la cosa migliore della vita per tutti”, risponde Jung-ho a sostegno delle proprie idee contro quella piccola libellula mutante che è la sua nuova inquilina, mentre le impone un contratto capestro di non ingerenza nella sua vita personale.

Ma perché Jung-ho non solo ha evitato continuamente di incontrare Yu-ri, ma quasi si autoesclude dalla vita? Il fatto è che, come confessa lui stesso al termine del primo episodio al pubblico di spettatori in un artificio quasi da metateatro, è innamorato di Yu-ri almeno da 17 anni, ovvero da quando l’ha conosciuta a scuola e ne è diventato subito il confidente e migliore amico, ma sa che non può confessarle i suoi sentimenti, perché ha scoperto che l’azienda della sua famiglia è responsabile dell’incidente di lavoro in cui anni prima ha perso la vita il padre di Yu-ri (la vera molla che l’ha spinta a studiare Giurisprudenza). O, meglio, non solo non ha il coraggio di essere chiaro con lei, ma non si sente assolutamente degno, gravato del peso di un peccato che sente di aver preso in eredità dal padre, procuratore corrotto, dal nonno, cinico e duro chabeol, e dallo zio, il vero super cattivo di questa storia, uno di quegli spietati schizofrenici paranoici che uccidono ridendo in falsetto, interpretato magistralmente da Jo Han-chul (il barista cantante di Hometown Cha-cha-cha, l’avvocato – poi, procuratore – di Vincenzo e il detective di Healer, che finalmente si è messo in luce con una parte tutta sua). “Non credo che siamo fatti l’uno per l’altra. (…) Quando sto con te, mi odio. (…) Ogni volta che sto con te, divento un codardo. (…) Scusami per averti amato quando non lo meritavo affatto“, confessa Jung-ho a Yu-ri, quando le spiega quello che ha sempre provato per tutti questi anni.

D’altro canto, alla ritrosia e all’ipersensibilità di Jung-ho fa da contraltare una Yu-ri, che, quando scopre i propri sentimenti, decide di essere diretta al massimo, come solo una donna moderna può fare (“io sono un’avanguardia“, sostiene spesso), presentando immediatamente la situazione, la sua attrazione per lui e la sua volontà di iniziare una relazione, anche e nonostante i dubbi che potrebbe porsi ripensando al risentimento e alla rabbia che l’hanno animata per tutti quegli anni: “Odiarti mi ha fatto molto male. (…) Il risentimento che mi sono portata dietro, il senso di colpa che hai ereditato. Liberiamocene insieme“.

Ed insieme andranno avanti, diventando non solo una coppia, ma un vero e proprio team, alimentato da amore, amicizia, stima reciproca, complicità e anche qualche sana litigata, che coinvolge immediatamente tutto il gruppo sociale che sta intorno a quel Law Cafe e che ha i medesimi obiettivi nella vita: la forza dei piccoli, che, uniti, sono in grado di far crollare i giganti – come l’azienda dello zio di Jung-ho, che, durante gli anni, si è macchiata di una serie di crimini mai perseguiti dalla legge – e che, insieme, diventano formidabili nella lotta contro le ingiustizie. Infatti, pur mantenendo lo stesso tono falsamente leggero e brillante, vengono affrontate una serie di tematiche anche piuttosto pesanti, come lo stalking, il bullismo (con sfoghi anche nei confronti della piaga del cyberbullismo), gli abusi sessuali a cui sono costrette persone di ambo i generi in diverse situazioni professionali e lavorative (con chiarissimo riferimento al movimento del Me Too e monologo femminista di Lee Seung-gi sul tema), la violenza della prevaricazione del consenso, le morti bianche e la mancanza di sicurezza sul lavoro, la condizione femminile e le ingiustizie nelle leggi di successione, i maltrattamenti sui minori e la cattiva gestione da parte dei servizi sociali, la reintegrazione in società degli ex detenuti, la facilità con cui si cade vittima di frodi, gli scandali sessuali in politica… Una serie di piccole cause con piccole comparse umane che avvicinano lo spettatore alle tematiche trattate e che fanno emozionare e condividere le medesime idee dei protagonisti, quasi in prima fila per lottare insieme in quella strampalata famiglia speciale del Law Cafè. Perché quella famiglia siamo tutti quanti quando ci rendiamo conto che solo insieme possiamo liberarci dai pesi e ottenere i risultati e che non è impossibile per un piccolo Davide con la fionda abbattere un colossale Golia davanti, se ci si supporta a vicenda e ci si unisce per la medesima causa. Ed è quello che insegnano i due protagonisti di questo drama, la coppia centrale che si guarda negli occhi con una meravigliosa complicità nel supportarsi (e, talvolta, anche sopportarsi) a vicenda e che contagia con la sua forza e la sua sintonia tutti coloro che stanno loro accanto, rivoluzionando il senso dell’affetto reciproco, che non deve essere un isolamento stucchevole, ma un’estensione di quella capacità protettiva come un ombrello durante un diluvio che, parafrasando le parole di Park Woo-jin, il cugino psichiatra di Jung-ho, interpretato da Kim Nam-hee (Sweet Home, Mr. Sunshine) e forse uno dei miei personaggi preferiti, magari non riparerà mai dalla pioggia, ma conta che sia retto da tutti insieme, perché è l’unione a risultare vincente.

Piccola postilla: come sempre Lee Seung-gi è abituato a regalarci una sua canzone in ogni drama in cui recita e questa volta ha inserito il meraviglioso pezzo live “Isn’t That Good?” con un’improvvisata rock band (la cosiddetta Eunha Band), composta da Ahn Dong-goo alle tastiere (visto già in Sweet Home e Our Beloved Summer e da tenere sott’occhio perché ha un fascino tutto suo), Kim Nam-hee al basso, Jo Bok-rae alla chitarra (il papà di Sunja in Pachinko) e il giovanissimo Kim Do-hoon alla batteria. Da non perdere la scena in cui attraversano le strisce pedonali in stile Beatles.

Consigliato: a tutti, perché sa unire legal drama e rom-com, romance e dramedy, brillanti dialoghi e casi interessanti e di importanza sociale e perché offre non solo spunti su cui riflettere, ma anche degli ottimi personaggi a cui ispirarsi; inoltre, la coppia protagonista è un chiaro esempio di legame sano, non abusivo, reciproco e complice a cui aspirare (per cui, ragazze, cercate sempre un ragazzo come Jung-ho, che vi lasci spazio, vi comprenda e vi supporti nelle vostre lotte, ma che soprattutto riesca a creare un rapporto di perfetta parità e di dialogo).

Captain-in-Freckles