Parasite: la sinfonia stonata della società

“Sai che tipo di piano non fallisce mai? Non aver mai alcun tipo di piano, neanche l’ombra. Sai perché? Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu. (…) Se non hai un piano, niente può andare storto, figlio mio. (…) Perché, se qualcosa poi ti sfugge di mano, in fondo non è poi tanto grave se uccidi qualcuno o se tradisci il tuo paese. Niente di tutto questo ha importanza. Hai capito?”.

Quando il 10 febbraio 2020, tutti i notiziari internazionali ci buttarono giù dal letto, dando la notizia che, per la prima volta nella storia, un film sudcoreano aveva vinto il Premio Oscar come miglior film, tutti quanti quasi non credevamo nemmeno che una cosa simile fosse possibile. Certi che la notizia fosse una fake news o meglio una cattiva interpretazione dei giornalisti che relegano sempre in fondo le notizie di spettacolo, ci siamo collegati su internet per sincerarci che il film aveva vinto ben 4 statuette (miglior film, miglior film straniero, migliore sceneggiatura originale e migliore regia a Bong Joon-ho), che si andavano ad aggiungere all’enorme incetta di premi che il film sudcoreano aveva già fatto per tutto il mondo: Palma d’Oro a Cannes nel 2019, Golden Globe come miglior film straniero nel 2020, due premi BAFTA nel 2020 per il film straniero e la regia; e, poi, ancora Boston Society of Film Critics Awards, British Indipendent FIlm Awards, Chicago Film Critics Association Awards, Los Angeles Film Critics Association Awards, National Board of Review Awards, New York Film Critics Awards, San Diego Film Critics Awards, Satellite Awards, Sydney Film Festival, Toronto International Film Festival, Critics’ Choice Awards, Independent Spirit Awards, Screen Actors Guild Awards, etc… Oltre agli innumerevoli premi ottenuti in patria. Un successo che ha messo d’accordo pubblico e critica e che ha imposto Parasite come pietra miliare nel firmamento cinematografico.

Protagonista del film è la famiglia Kim, composta dal padre Kim Ki-taek (il monumentale Song Kang-ho, vincitore del premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes 2022 per il film Le buone stelle – Broker), la madre Moon-gwang (Lee Jung-eun di Our Blues, Mr. Sunshine e When the Camelia Blooms), il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik di Our Beloved Summer), la figlia Ki-jung (Park So-dam di Cinderella and the Four Knights), tutti privi di lavoro, con studi troncati per mancanza di fondi economici, dipendenti da un misero sussidio di disoccupazione e costretti a vivere stipati in un appartamento minuscolo del seminterrato, dove i fratelli lottano fra loro per chi può arrampicarsi in bagno e percepisce quel minimo di connessione Wi-Fi per i cellulari. Un giorno, un amico del figlio, Min-hyuk (interpretato dal sempre glorioso Park Seo-joon), in procinto di partire per un periodo di studi all’estero, chiede a Ki-woo il favore di prendere il suo posto come insegnante di ripetizione di inglese di Park Da-hye (Jung Ji-soo), giovane rampolla di una ricca famiglia borghese cha abita una complessa e contorta casa piena di vetri. Lentamente e in modo metodico, Kim Ki-woo riuscirà nel piano di far assumere il resto della sua famiglia: la sorella diventa un’artista e un’insegnante di arte moderna per il figlio minore della famiglia ricca; la madre diventa una domestica; il padre l’autista personale di Park Dong-ik (Lee Sun-kyun di Coffee Prince e di Pasta), il padre della famiglia ricca. Si tratta solo dell’inizio dell’impalcatura di bugie che la famiglia Kim mette in atto contro la famiglia Park per portare a termine l’obiettivo di quell’estate: insediarsi in quella casa e lentamente impossessarsene.

Ma il problema è che i Kim non sono gli unici a mentire: la casa in sé nasconde un altro mistero, coperto da un’altra impalcatura di bugie, e le cose non sono esattamente come sembrano.

Parasite è il capovolgimento totale della società a causa della società stessa, dove vivono solo dei parassiti, esseri brulicanti la cui linfa vitale deriva dal risucchiare la linfa vitale altrui, alimentati da odio, rabbia e invidia, e dove tutto è lecito, come dice il protagonista nel dialogo col figlio, persino uccidere, in una tensione che porta a travalicare – dosteovskianamente parlando – qualsiasi limite per raggiungere i propri obiettivi. Una società frammentata e ricomposta come un vaso rotto o una sinfonia d’archi stonata, dove l’apparenza ha preso il posto dell’essere e rubare la vita, il nome e la casa agli altri diventa l’unica ragione per vivere, senza rendersi conto che equivale a perdere completamente se stessi, la propria personalità, la propria purezza e la propria unicità per acquisire un peso. Min-hyuk, insieme all’opportunità lavorativa, regala all’amico una pietra rara della collezione del nonno, un suseok, pietra sacra secondo il confucianesimo, usata nei secoli anche come mezzo di cambio economico e status simbolico dal punto di vista sociale: è una valuta pesante che diventa anche una pietra che opprime l’anima della famiglia Kim, la quale, per il valore economico che è stato negato e per il posto nella società da cui si è sentita esclusa, accetta la pietra e, simbolicamente, anche la discesa negli inferi. Per riprendere sempre il linguaggio di Dostoevskij, uccide l’usuraia per essere ammessa in società, sebbene è certa che le conseguenze negative non tarderanno a venire, perché, quando si entra come parassiti nella società non si può fare altro che smuovere gli altri parassiti presenti, in una lotta che porta all’autodistruzione.

Il film, tecnicamente e scenicamente perfetto, è un pezzo di teatro d’autore, che si presenta allo spettatore come uno stridore di unghie su un vetro, alternando momenti drammatici a sorrisi sarcastici e mescolando con sapiente maestria di dialogo una violenza psicologica che parte lentamente per raggiungere l’apice dell’inaudito. Non si tratta di un film da guardare a cuor leggero, ma di un prodotto raro di un ottimo regista e sceneggiatore, che svuota completamente lo spettatore, spingendolo a porsi delle domande sull’odierna società malata, arida, nichilista, erosa dal capitalismo e dall’apparenza. Probabilmente per arrivare a chiedersi, come Noam Choamsky, se per davvero, in un paio di generazioni, la società umana non tenderà ad implodere in se stessa.

Piccola postilla: il regista, Bong Joon-ho ha scritto e diretto anche Memories of a Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), Snowpiercer (2013) e Okja (2017); tutti film di un certo peso autoriale (e di non immediata visione).

Altra piccola postilla: la colonna sonora conta le musiche di Jung Jae-il, che nel 2021 ha composto anche la colonna sonora del drama Squid Game, più due canzoni; una di queste (che si sente in chiusura del film) si chiama Soju One Glass, è stata scritta dallo stesso regista ed è cantata da Choi Woo-shik; l’altra, invece, è In ginocchio da te di Gianni Morandi e la si sente a tutto volume nella famosa scena della lotta con i cuscini.

Consigliato: per chi è appassionato di Oscar, film d’autore e cinema orientale; per chi ama fare una certa valutazione sulla società; per chi può digerire una commedia nera, che sa uccidere lentamente, ma con Gianni Morandi in cuffia.

Captain-in-Freckles

23 pensieri riguardo “Parasite: la sinfonia stonata della società

Lascia un commento