Kingdom (ovvero della scienza e del buon governo)

Da cultrice del genere fantasy/horror/distopico, possibilmente imperversato da tanti zombie o mostri di diversa fattispecie, Kingdom riserva un posto speciale nel mio cuore, per la dovizia e la cura con cui è stato ricostruito lo scenario storico-politico e per la devozione che presenta nei confronti dei concetti di “sovranità” e di “scienza”. Come gli altri prodotti dello stesso genere (o simili), anche l’orrido di Kingdom – che, per la verità, è molto meno orrido rispetto alle aspettative -, cela un messaggio da comunicare agli spettatori. Infatti, mentre Hellbound e Sweet Home conservano un nucleo metafisico, Train to Busan presenta una profonda analisi sociologica e All of Us Are Dead è la metafora del bullismo e della crescita, questo drama in costume presenta una chiave di lettura estremamente politica.

Era Joseon, periodo fittizio storicamente collocabile tra il XVIII secolo e il XIX secolo (interpretazione personale, data la presenza dei moschetti e diversi contatti con la cultura occidentale e con l’India). L’anziano re di Joseon giace a letto, colpito da un ignoto morbo, mentre la sua giovane e terrificante sposa (Kim Hye-jun, secondaria di Just Between Lovers e antagonista di Inspector koo) attende di dare il legittimo erede alla nazione e di spodestare dal suo ruolo il figlio “bastardo” del re, il principe Lee Chang (interpretato da Ju Ji-hoon di Jirisan), e tutta la sua fazione politica (e non solo a parole, ma anche a fil di spada, visto che si combattono per strada peggio dei Montecchi e dei Capuleti). Al principe viene negato anche di vedere il padre, per cui, insospettitosi che l’ignaro sovrano possa essere stato avvelenato dalla moglie e dalla sua fazione politica (che conta il Primo Ministro), decide di recarsi dal medico di corte, l’ultima persona ad aver parlato col sovrano, presso la sperduta cittadina dove ha aperto una clinica per malati e un ricovero per poveri. Solo che alla clinica il medico non è mai giunto, angustiato da una ricerca scientifica che gli ha levato il sonno, e ha spedito solo il suo assistente, contagiato dalla stessa malattia del sovrano. La morte dell’assistente provoca, però, una reazione a catena: uno ad uno, tutti i ricoverati che sono venuti a contatto con lui si tramutano in creature mostruose, cadaveri che si svegliano solo con il buio e il freddo e reclamano carne umana. Quando il principe giunge alla clinica, in compagnia del suo fidato Moo-young (Kim Sang-ho, il brillante inventore di Sweet Home), si troverà ad affrontare una situazione inaspettata con orde di zombie che assediano la città peggio di nemici armati, poveri profughi da riparare, un’epidemia in continua diffusione, ma anche l’esercito della regina inviato appositamente per ucciderlo. Troverà, però, anche degli alleati che non immaginava: la dottoressa e scienziata Seo-bi (Bae Doona di The Silent Sea), la forza della verità e della scienza, un nervo che non solo non si fa spaventare dagli zombie, ma li ricaccia indietro munita solo di una fiaccola e con un neonato in braccio, fa esperimenti scientifici per scoprire l’agente patogeno che causa la malattia e si inerpica su per le rocce per raccogliere campioni da analizzare; il cacciatore di tigri Yeong-shin (Kim Seong-gyoo, già visto in Un frammento della mia mente e grandioso secondario in One Ordinary Day), personaggio misterioso e amorale, perennemente munito di fucili, moschetti e armi da fuoco, viaggiatore in paesi occidentali e munito di una lealtà unica e rara; il pavido magistrato Beom-pal (Jeon Seok-ho), buffo e goffo nobile, chiaramente raccomandato per la sua carica istituzionale, ma che improvvisamente dimostrerà un coraggio inaspettato; l’arciere Min Chi-rok (Park Byeong-eun, il TangoMan di Eve, visto anche in Oh My Baby), freddo e compassato guerriero con un elevato codice d’onore.

L’orda zombie dei primi episodi, per la verità, lascia presto il posto alla congiura politica, alle contese e agli intrighi di corte, che vedranno fronteggiarsi direttamente il principe con la sua giovane regina madre (e, vi assicuro, è davvero raro trovare un’antagonista così cattiva, un incrocio tra Grimilde, la Baronessa di Bathory e il savio di Guicciardini), ma anche la scienziata che vuole fermare il contagio e arrivare a capo di una spiegazione con una precedente generazione medica (rappresentata dal suo maestro, il medico di corte), più legata alle antiche tradizioni e dipendente dai ricatti istituzionali ed anche meno obiettiva e meno misericordiosa verso il prossimo. E, così, la scienziata e il principe si ritrovano a rappresentare due simboli quanto mai attuali: da una parte, c’è la scienza, che dovrebbe illuminare il cammino degli uomini e non affossarne qualsiasi prospettiva futura, dall’altra, il buon governo, che dovrebbe prendersi cura delle vite dei cittadini, senza appiattirli nell’oblio e nell’oscurità del non sapere. Scienza e buon governo devono procedere insieme, speculari, eppure su due binari paralleli, senza mai interferire l’una con l’altro, nel rispetto dell’umanità.

Kingdom è un drama bello, sontuoso e complesso, che gioca tutto su una tecnica di chiaroscuri artistici, come in un drappeggio o in un quadro di Rembradt, e sul valore dell’attesa: ci sono interi episodi dove gli zombie non appaiono quasi mai e dove, anzi, tutti i personaggi sono quasi sull’orlo di una follia angosciante nell’attesa dell’avanzata del nemico oscuro e ignoto, come Drogo ne Il deserto dei Tartari. Un’attesa logorante che fa stare lo spettatore sulle spine, più di qualsiasi scena splatter di altri horror.

La storia si snoda per due stagioni di 6 episodi l’una (per un totale di 12 episodi) e di un film (Ashin of the North), un sidequel che precorre la genesi dell’epidemia e che spiega l’apparizione finale degli ultimi due personaggi (la misteriosa e letale Ashin, interpretata da Jun Ji-hyun di Jirisan e The Berlin Files, e il tartaro selvaggio Ai Da Gan, interpretato dal premio Baeksang Koo Kyo-hwan di D.P., Escape from Mogadisciu e Avvocata Woo) e che fa ben sperare in una terza stagione – per la verità, già prevista e programmata, ma frenata (ironia della sorte) dal COVID.

Menzione specialissima per Heo Jun-ho (grandioso interprete di Designated Survivor: 60 Days), che interpreta Lord Ahn, il mentore del principe, e che fornisce uno degli esempi più incredibili di logica politica con monologhi quasi teatrali. Ovviamente, lo fa da zombie, ma poco importa.

Consigliato: a chi è appassionato del genere zombie/mostruoso/epidemico/orrido/distopico e a chi è appassionato di drama in costume, opulenti e carichi di suspence; a chi è appassionato di scienza e a chi vuole vedere una protagonista femminista, indipendente e forte come non mai (Bae Doona è ormai la Samantha Cristoforetti dei drama, per cui, bambine, prendetela d’esempio); a chi è curioso di approcciarsi con il genere horror-fantasy, ma non vuole soffrire la vista di copiose quantità di sangue (qualche arresto cardiaco, però, è sempre garantito negli ultimi due minuti di ogni episodio, per cui preparatevi); a chi vuole sentire la strana parlata di Koo Kyo-hwan nel film, anche perché è probabilmente uno dei migliori attori coreani della sua generazione.

Captain-in-Freckles

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