«Spazio: ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.»
Chi non ricorda uno degli incipit più famosi della storia della televisione? Correva l’anno 1966: il primo settembre, la rete statunitense NBC trasmise l’episodio pilota di una serie che sembrava destinata a cadere nel dimenticatoio, un sogno un po’ infantile e un po’ fantasioso che un tale Gene Rodenberry custodiva nel cassetto da tempo. E i primi segnali non furono di certo positivi: esiti di pubblico altalenanti e poca convinzione da parte della produzione fecero rischiare più volte l’esistenza di questa piccola e innovativa serie fantascientifica, fino alla sua definitiva cancellazione da parte della rete nel 1969. E da questo momento nacque la leggenda di Star Trek, diventato uno dei franchise più longevi della storia della TV (e anche del cinema).
Col tempo, ci occuperemo di tutte (ma proprio tutte) le serie di Star Trek, ma, naturalmente, occorre dare la precedenza alla serie classica, ovvero alle avventure di quella banda composita formata dal Capitano Kirk, dal suo primo ufficiale scientifico Spock, dal dottor “Bones” McCoy, dall’ingegnere Scott, dal tenente Uhura, dal timoniere Sulu e dal giovane Chekov.
Formalmente, le vicende fantascientifiche dell’Enterprise iniziano nel 2264, quando il Capitano Christopher Pike (interpretato dal malinconico Jeffrey Hunter), a bordo della sua astronave Enterprise, approda sul pianeta Talos IV in risposta alla chiamata di soccorso da parte di una nave precedentemente scomparsa (si tratta dell’episodio pilota Lo zoo di Talos, diventato col tempo un vero e proprio episodio cult). Due anni dopo, nel 2266, l’Enterprise passa alla guida del guascone e vivace Capitano James Tiberius Kirk (William Shatner), incaricato di compiere una missione quinquennale da parte della Federazione e di andare ad esplorare “là dove nessuno è mai giunto prima”. Solo due battute, un sorriso sghembo e una semplice e vaga indicazione per raggiungere un puntino indefinito nello spazio e Kirk è riuscito a conquistare i cuori di tutti gli spettatori e ad entrare, di diritto, tra i personaggi televisivi più amati. Perché Kirk è un tutt’uno con la sua missione e con la sua astronave (con la quale vive un vero e proprio idillio amoroso), ma è anche lo spirito libero e avventuroso delle scoperte e della curiosità umana, avido di sapere, empatico e capace di entrare in connessione con realtà e popolazioni circostanti, esportando il suo carattere e la sua passionalità e dimostrando, quando è il caso, fermezza e decisione. Riesce ad essere autorevole e, al tempo stesso, cordiale sia con i nuovi incontri che con il suo equipaggio e, nonostante corra spesso dietro a qualsiasi aliena gli faccia gli occhi dolci (promesse da marinaio, caro capitano!), non perde mai di vista i valori fondamentali della Federazione: la libertà, la civiltà, ma anche il divieto di ingerenza in affari altrui e l’autodeterminazione fra i popoli. Naturalmente, sempre che non ci siano computer assassini da mandare in tilt, nubi aliene, cervelloni non identificati che giocano a dadi con le vite degli altri ed esseri umani superdotati che vogliono conquistare tutte le galassie! Non è vero, Khan? Perché, in quel caso, l’ira del Capitano Kirk è difficile da placare, così come la sua scaltrezza e la sua sagacia nel far cadere in errore la propria controparte. D’altronde, pochi possono vantare un superamento così brillante del Kobayashi-Maru.
A fare da contraltare a questa figura così completa del Capitano, le sue due spalle, collaboratori e amici fidati che ne rappresentano, al tempo stesso, la passionalità umana – il dottor Leonard McCoy – e la razionalità scientifica – il signor Spock. Come non amare i battibecchi tra i due e i dialoghi vivi che rendono la sceneggiatura di Star Trek un vero e proprio copione brillante, degno di un palco teatrale? Leonard McCoy (interpretato da DeForest Kelley) si è arruolato nella Flotta Stellare quasi per caso, dopo la laurea in medicina e dopo diversi anni di esercizio della professione, per cui è stato dispensato dal frequentare l’Accademia Militare. Ed oseremmo dire che un po’ si nota: indisciplinato per natura, McCoy contesta gli ordini militari quando sono in contrasto con la sua umanità e con i suoi principi, che mette al primo posto sopra ogni cosa, chiama il proprio capitano per nome (“Jim”), senza alcuna minima considerazione per il rispetto del grado e della gerarchia e sarebbe un perfetto soggetto per un ammutinamento, se non provasse per Kirk un sincero affetto e una profonda stima. I rapporti personali per McCoy, affettuosamente soprannominato dal Capitano “Bones”, sono molto più importanti di qualsiasi rapporto militare o, ancor di più, di qualsiasi macchina elettronica priva di anima che vuole soppiantare gli umani. Al suo contrario, il signor Spock (interpretato da Leonard Nimoy) è una vera e propria macchina da guerra pensante: nato sul pianeta Vulcano, figlio di un ambasciatore vulcaniano e di una donna terrestre, il suo animo è sospeso a metà tra la fredda razionalità scientifica e quasi ascetica dei vulcaniani e quei sentimenti umani ereditati dalla madre che tenta troppo spesso di sopprimere. Spock è corretto, logico (il suo detto è “Highly Logical!”), rispettoso dei doveri e del codice militare, super-intelligente (gioca a scacchi dimensionali contro il computer, riuscendo spesso a spuntarla) e super-colto. Nulla di quegli sciocchi vaneggiamenti umani, così vacui e sentimentali, lo può distogliere dai propri compiti e dai propri propositi. Naturalmente, fino a quando non scatta quella giornata in cui i vulcaniani perdono di lucidità o fino a quando non incontra sul suo cammino qualcuno che minaccia seriamente la sua tranquillità scientifica e – diciamo la verità – anche affettiva: in quel caso, il codice militare diventa solo una sorta di traccia e Spock lotta fino allo strenuo delle forze per salvare i suoi amici, pur glissando tutto come l’opzione più logica e razionale che potesse esserci.
Infine, non possiamo dimenticare le altre anime dell’Enterprise. Il Tenente Nyota Uhura (interpretata da Nichelle Nichols), il cui nome in swahili significa libertà, è la specialista delle comunicazioni, conosce tutte le lingue parlate nella galassia (se non le conosce, le impara subito) e vive attaccata con un auricolare bluetooth all’orecchio, prima ancora che fosse di moda. Vanta, inoltre, diversi primati: è la prima donna africana ad assumere un ruolo rilevante in una serie, è la prima donna a ricoprire per breve tempo le mansioni di “facente-capitano” durante una missione ed è la titolare del primo bacio interraziale della storia (scambiato con il Capitano Kirk, ovviamente, nell’episodio Umiliati per forza maggiore), anche se tutti sappiamo da diversi cenni che è innamorata di Spock (recuperate quando Uhura canta seguendo il tono dell’arpa di Spock o tutte le diverse frecciatine che gli lancia e non solo la relazione sentimentale ritratta dagli ultimi film).
L’ingegnere Montgomery Scott (James Doohan), per gli amici “Scotty”, è l’uomo con cui tutti vorremmo trovarci davanti ad un motore o ad una bottiglia di whisky, perché per quel buon scozzese esistono solo due amori. A onor del vero, Scotty è super vessato dal Capitano Kirk: pare che qualsiasi problema riguardante l’Enterprise sia sempre dovuto ad un guasto repentino del motore o che tutti gli alieni malevoli tendano a minare la stabilità del nucleo, quell’informe e non spiegabile connubio di materia e antimateria che porta avanti la nave nell’universo; dacché le minacce di Kirk con quel “Scotty, sta forse cercando di distruggermi la nave?” sono all’ordine del giorno.
E, poi, c’è il Tenente Hikaru Sulu (interpretato da George Takei), giapponese stoico e integerrimo, quasi un samurai al timone della nave, che, di tanto in tanto, impazzisce, impugna una katana e minaccia tutti a suon di scherma, ma che ha anche un’ironia e un sorrisetto così perennemente canzonatorio, che mi fa venire sempre il sospetto che stia deridendo tutti i suoi superiori silenziosamente. Infine, non bisogna dimenticare il guardiamarina (promosso al grado di tenente nel film del 1979) Pavel Chekov (interpretato da Walter Koenig), introdotto improvvisamente da Rodenberry durante la seconda stagione per assicurare una rappresentanza russa e segnare un suo personale disgelo nei tempi critici della Guerra Fredda in nome della scienza. In realtà, Chekov ha assunto una sua indipendenza, diventando, presto, uno dei personaggi più amati dell’universo trekkiano, goffo, intelligente e svagato, ha tutte le caratteristiche valide per diventare un capitano di successo.
Consigliato: a tutti; perché, veramente, se non avete mai visto nemmeno un episodio della serie classica di Star Trek, dovete immediatamente recuperare.
Captain-in-Freckles
