Da quando è sorta questa rubrica di anime, mi sono resa conto di una cosa importante: non è ancora stato recensito quello che è diventato uno degli anime/manga più importanti e più popolari degli ultimi anni, che ha stravolto i canoni del Bene e del Male, ovvero “Death Note“.
Light Yagami, studente modello di Tokyo e figlio di un ispettore di polizia un giorno trova per caso un sottile ed elegante quadernetto nero, lasciato cadere dal cielo da Ryuk, uno shinigami, ovvero un dio della Morte, annoiato delle proprie incombenze funeste e desideroso di farne dono all’umanità. Light comprende tale dono come un vero e proprio simbolo di giustizia, che lo mette nella possibilità di eliminare serial killer, assassini e criminali, diventando Kira, una sorta di giustiziere anonimo e sconosciuto. Le morti in apparenza accidentali degli uomini malvagi, col tempo, iniziano a crescere, apparendo alla stessa polizia come parte di un disegno criminoso di una sola mente. Nella sua nuova vita e nella sensazione di essere braccato (dalla sua nemesi, l’ispettore Elle, uno dei personaggi più belli e più complessi degli anime), Light comprende che non solo gli è stato fatto dono della giustizia, ma anche dell’onnipotenza: eliminando il Male, Light può arrivare a costituire un nuovo mondo, un ordine perfetto e cristallino, dove non esisterebbero più ingiustizie e sofferenze e dove ogni azione malvagia sarebbe punita. Un nuovo mondo dove Light stesso sarebbe una divinità. Un mondo dove Male e Bene, però, assumono connotati contraddittori e confini fragilissimi, perché per eliminare il Male Light si serve del Male stesso, per creare un mondo di luce, sprofonda tutto nell’oscurità. Dal senso di onnipotenza al delirio la strada è breve e, mentre il potere di Light cresce sempre di più, la sua umanità si contrae e si annulla, si perde per sempre per trasformarlo in un essere non più divino, ma oscuro, un impietoso dio della morte.
Ecco la vera insidiosità a cui Ryuk ha sottoposto l’umanità con il suo Death Note: quel libretto della Morte che dà l’illusione di controllare il Male del mondo, finisce per controllare il suo possessore, la voglia di giustizia si trasforma in sete di sangue e l’apoteosi di un essere umano equivale alla sua trasformazione infernale. Il Death Note dà falsamente la capacità di discernere il Bene e il Male, perché, come un malevolo frutto della conoscenza, porta l’umanità stessa alla venerazione del Male. Allora, quella frenesia di liberare il mondo dall’oscurità si trasforma in una macabra danza della gloria e della morte.
Death Note è uno degli anime più complessi che esistano e, ahimè, uno dei più bistrattati e abusati, forse perché la sua popolarità l’ha reso largamente fruibile. Persino il suo stesso autore non è riuscito a mantenere la coerenza logica ed etica con cui l’ha iniziato fino alla fine, con un’ultima stagione (ultimi capitoli del manga) pasticciata e scaduta in un crime che attinge alle serie americane. Per non parlare del live action prodotto da Netflix e ambientato negli States, che nulla comprende dello shintoismo originario alla base della duplicità di quest’anime. Per cui, se volete gustarlo con calma e comprenderlo nel profondo, consiglio prima la lettura dei tankobon di Tsugumi Oba e Takeshi Obata e, infine, la visione dei trentasette episodi che ne costituiscono la serie animata (ma con un lungo e pacato respiro al venticinquesimo episodio, che *spoiler* vi farà saltare i nervi). Da prendere a piccole dosi, senza frenesia da rewatch immediato, perché Death Note scava e svuota nel profondo.
Consigliato a chi ama le storie antiche e le leggende, adora addentrarsi nell’oscurità della mente umana, ma sapendo uscirne fuori in tempo, con un serrato e sussultante ritmo crime.
Captain-in-Freckles

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